martedì 21 gennaio 2020

Il rapporto OXFAM sulla ricchezza conferma con la brutalità dei numeri ciò che noi viviamo nella brutalità della vita: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri siano sempre più poveri.

‘L’1% più ricco deteneva a metà del 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone’. Questo è quanto afferma il rapporto Time to care pubblicato da Oxfam Italia. Ed ancora, ‘2.253 persone detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone’, cioè circa il 60% della popolazione globale. ‘Il patrimonio di 22 persone più facoltose è superiore alla ricchezza di tutte le donne africane’.

In Italia, l’1% più ricco ‘superava quanto detenuto dal 70% più povero’. Il 10% possedeva ‘oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero’. Il 20% più ricco detiene il 69,8% della ricchezza nazionale netta, mentre il 60% più povero detiene il 13,3%.

L’ascensore sociale è fermo. ‘I ricchi sono figli di ricchi ed i poveri figli di poveri’. Un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere tale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco manterrà la posizione di privilegio.

Il lavoro è sempre più precario e mal retribuito. Oltre il 30% dei giovani occupati guadagna meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% è working poor. Nel mondo ‘il 46% di persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno’.

Il 42% delle donne non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari. Le donne spesso sono sottopagate e con orari di lavoro irregolari. A livello globale impiegano ‘12,5 miliardi di ore di lavoro non retribuito al giorno’.

Ma il dato ancora più sconvolgente è che i tre uomini più ricchi d’Italia hanno una ricchezza pari a tutto ciò che possono mettere assieme i sei milioni più poveri. Per capirci i signori Del Vecchio, Ferrero e Armani, che secondo in dati Forbes del 2019 sono i primi miliardari del nostro paese, con un patrimonio che in tre fa oltre 55 miliardi, valgono ognuno come due milioni di cittadini più poveri.
Può un solo essere umano valere in ricchezza materiale come due milioni di suoi simili? No. Non c’è abilità, capacità, successo che possa far sembrare giusta questa distribuzione iniqua della ricchezza. Questo non è merito, questa è ingiustizia sociale estrema. E non è solo una questione di soldi, ma di potere e dignità. Quando milioni di persone pesano come pochi privilegiati, allora è la selezione e lo scarto delle vite che prevale, è la stesso valore complessivo del genere umano che viene messo in discussione.
Redistribuire la ricchezza, portare via un poco di soldi ai signori Del Vecchio, Ferrero, Armani e compagnia per pagare case, scuole, ospedali, servizi sociali non è solo un atto di giustizia economica, ma il primo passo per ribaltare un sistema di svalutazione del genere umano che non può più essere accettato senza degradare moralmente.
Il ritorno del fascismo e del razzismo non viene dai social, ma da una distribuzione della ricchezza che ci ha riportato indietro di più di un secolo e che con la sua ferocia sociale alimenta la ferocia dei sentimenti. Non c’é democrazia in un paese dove una sola persona vale come due milioni.

lunedì 20 gennaio 2020

Gli incendi in Australia sono un anticipo di quello che ci aspetta in un mondo 3 °C più caldo rispetto all'era pre-industriale: non lo dicono dei soliti 
allarmisti come noi ma lo affermano gli scienziati del Met Office britannico,  autori di una revisione di 57 studi sul rapporto tra incendi e cambiamenti climatici.

domenica 19 gennaio 2020

“Scimmiette da castigare” e “prede da catturare”. Vengono apprezzate per la loro docilità, anche se qualcuno si lamenta che sono troppo “consumate” o brutte. Nessun problema: ci sono le “pretty”, o “perle”, ragazze giovani, dalla pelle più chiara e dai tratti più occidentali. Qualcuno avanza l’ipotesi: “Le prede siamo noi, che ai loro occhi siamo degli scemi con scritto ATM in testa”, qualcun altro si lamenta dei viaggiatori “del terzo mondo”, che hanno rovinato la qualità delle ragazze: non è più come dieci, vent’anni fa. Qualcuno consiglia di “infilzarle alla brutta da dietro”, anche mentre dormono: non si lamenteranno. Nessuno fa notare che quello non è sesso, nemmeno a pagamento, ma stupro.

sabato 18 gennaio 2020

Solo il Cile riesce ad accendere uno spot informativo sull’America latina nuovamente in fiamme, felicemente restituita al suo destino di essere governata dalle destre, col bastone e senza carota, rispetto all’anomalia dei governi di progressisti definiti da Donald Rumsfeld “l’asse del male latinoamericano da colpire”. E colpita, non con le bombe, ma con un uragano di propaganda. Durante tutto il XXI secolo i media mainstream hanno costruito una realtà virtuale latinoamericana con la quale hanno millantato che i governi di destra – eredi delle dittature e disastrosi esecutori delle politiche neoliberali di quegli anni e dei successivi – sarebbero stati la panacea di tutti i mali dell’America latina, dei quali sarebbe colpevole la sinistra, in particolare quella che si è fatta con coraggio carico del disastro del “Washington Consensus” neoliberale, dei bambini morti di fame, della corruzione più sfrenata, dell’imperio del narco, della distruzione dell’ambiente, dell’estinzione della cosa pubblica in un futuro neoliberale dove solo chi ha da pagare ha diritto all’aria che respira. Non esagero: a Cochabamba in Bolivia, quando governava l’avversario di Evo Morales, Carlos Mesa, si multava chi raccoglieva l’acqua piovana perché questa rientrava nei beni privatizzati. Le sinistre di governo negli ultimi vent’anni non avevano né tutte le risposte, né tutte le capacità. Qualcuno si è corrotto, ha commesso errori, come il Venezuela indica, ma tutti i nodi, tutte le ingiustizie del Continente possono solo essere esaltate, indurite, rese ancora più drammatiche dai governi di destra verso i quali i media occidentali sono così benevoli. Lo conferma proprio l’esplosione cilena, il paese perfetto in tutte le descrizioni, il paese dell’ordine, dell’efficienza e della buona amministrazione, ma dove non vista covava la cenere della più profonda ingiustizia sociale, di un sistema che per funzionare, efficiente, pulcro, perfetto, doveva escludere ogni giorno più cittadini, senza scuola, senza salute, senza pensione, e convincere gli esclusi che fosse per loro demerito.

Capofila occidentali della narrazione conformista di demonizzazione della sinistra latinoamericana come male assoluto, sono stati in questi anni El País di Madrid, house organ delle multinazionali spagnole, e CNN per chi mastica l’inglese, paradossalmente due media considerati progressisti a casa loro. Nella regione, invece, la narrazione da destra è totalmente dominante. Ogni paese ormai ha decine di canali all news, locali o nazionali, che per guadagnare vendono ossessivamente 24 ore su 24 uno stesso prodotto in due punti: 1) criminalità di strada in interminabili dirette, alla quale bisogna rispondere col pugno di ferro, offerto ovviamente dai politici di destra, e 2) criminalità politica dove il sostantivo “sinistra” è usato come sinonimo di corruzione e contro la quale tutto è lecito, incluso golpe militari considerati una buona soluzione per gli incivili popoli latinoamericani. Lo abbiamo visto in Venezuela con Guaidó, dove a tanti sinceri democratici non sembrava poi una cattiva idea tirar fuori i militari dalle caserme. Il tutto volto a silenziare le democrazie latinoamericane, che restano tra le più vivaci e dialettiche democrazie al mondo, con un dibattito politico tutt’altro che monocorde o ridotto al “pensiero unico”, come da troppo tempo accade anche in Europa.

Fuori della narrazione mediatica della destra buona venuta a salvare il continente dalla sinistra cattiva, c’è però la realtà. La realtà che è così palese quando vediamo Sebastián Piñera a Santiago, che manda in strada i carri armati e i guanacos con gli idranti esattamente come faceva Pinochet, e si dichiara lugubremente “in guerra” contro chi protesta. E in guerra si uccide, come gli 11 morti già testimoniano. La realtà di cosa è stato voler riconsegnare alla destra l’America latina è quando pensiamo al processo farsa contro Lula, che ha messo in carcere con accuse infamanti un uomo degno, che fino al giorno prima era candidato al premio Nobel per la pace ed era rispettato in tutto il mondo. Bisognava liberarsi di Lula a qualunque prezzo, non preoccupandosi di consegnare il Brasile, una delle prime dieci potenze mondiali, a un criminale e fanatico come Jair Bolsonaro, che rivendica la distruzione dell’Amazzonia, inneggia alla tortura e che ha già superato i 5000 omicidi extragiudiziali, la pena di morte restaurata, anzi liberalizzata, anche in un continente come l’America latina dove la pratica di giustiziare sul posto presunti delinquenti ha storia antica. Lula Da Silva, per quanto El País o CNN non vogliano vederlo, è oggi il più importante prigioniero politico al mondo. E la realtà è anche Lenín Moreno in Ecuador, che vinte le elezioni con i voti della sinistra di Rafael Correa, si è appiattito sulla destra più rancida come unica possibilità di restare al potere, di nuovo massacrando i movimenti sociali, già umiliati con la distruzione delle conquiste degli ultimi anni. La realtà è il presidente della Colombia Iván Duque, che sta al governo solo per distruggere il processo di pace con la guerriglia per conto di agroindustria e narco (entrambi esportatori), coprendo gli omicidi di centinaia di leader contadini, indigeni, sindacali, ambientalisti da parte dei paramilitari di destra che non hanno mai smesso di farne scempio, anche dopo che la foglia di fico della guerriglia è caduta. Il paramilitarismo non è mai stato una risposta alla guerriglia, semmai era vero il contrario.

La realtà è la fuga da interi paesi (certo anche dal Venezuela, ma quello sta in prima pagina da sempre) di milioni di centroamericani, salvadoregni, guatemaltechi, honduregni. Eppure si parla solo dei nicaraguensi, che forse si libererebbero volentieri di un dinosauro come Daniel Ortega, a patto di offrir loro un’alternativa che non sia esclusivamente quella fondomonetarista da rivoluzione colorata, con i bei ragazzi bianchi delle università private sempre in favor di telecamera. Il Centro America intero, una regione che ha più abitanti dell’Italia, è allo sfacelo tra crimine organizzato, corruzione diffusa e crisi economica che genera un’emigrazione di massa e massive proteste popolari. Tutta la regione è governata da governi ortodossi, e ligi al “Washington Consensus”, ma filtrano solo le proteste contro l’unico governo di (presunto) diverso colore politico. L’opinione pubblica può essere distratta, ma non è così ingenua da non leggere il gioco.

In particolare allora la realtà è quella dell’Honduras, il più dimenticato di tutti, una vera Macondo del XXI secolo. La repressione violenta e assassina dei movimenti sociali è l’unico puntello che tiene al potere Juan Orlando Hernández. Qualunque discorso sull’illegittimità vera o presunta di Nicolás Maduro o perfino di Evo Morales oggi, cade di fronte alla persistenza al potere di JOH, uno scandalo mondiale che – chissà perché – non scalda i cuori dei democratici occidentali. Eppure sono dieci anni che i movimenti sociali honduregni protestano nell’indifferenza del mondo. Il martirio di Bertha Cáceres è solo uno tra cento, da quando nel 2009 Mel Zelaya fu rovesciato dal golpe Micheletti, il dittatore di Bergamo Alta, al quale arrivò perfino il plauso della Lega, che riconosceva come proprio figlio quel violatore di diritti umani. La verità è infine il fallimento fragoroso dell’Argentina di Mauricio Macri, che in meno di quattro anni ha distrutto lo stato sociale costruito dai Kirchner, e che aveva messo fine allo scempio delle morti per fame in un’immensa pianura fertile qual è il grande paese australe e, lungi dal risanare l’economia, l’ha riportata al bordo dell’abisso di un nuovo default.

Tra una settimana si vota in Argentina e toccherà probabilmente ad Alberto Fernández, solo omonimo di Cristina che gli farà da vice, fermare l’ultimo disastro neoliberale, cercando di tornare a garantire all’immensa schiera degli esclusi almeno il minimo, quelle necessità che la superbia del macrismo era incapace perfino di vedere. Ed eccoci a una nuova catarsi. Se i Piñera, i Moreno, i Bolsonaro, gli Hernández pensano di potersi permettere di restare al potere solo con la repressione, contando sull’omertà del complesso mediatico monopolista internazionale, i Fernández stanno per riportare al governo il kirchnerismo in Argentina dopo appena quattro anni di opposizione. Evo Morales, appena scalfito dalle polemiche sul quarto mandato (ma è al governo da meno tempo di Angela Merkel), ha rivinto le elezioni contro quel Carlos Mesa che fu vice-presidente di Sánchez De Lozada, che per fuggire in elicottero da La Paz, dovette lasciare una scia di sangue di oltre settanta morti. Di questo parliamo quando parliamo della destra in America latina, che tanto piace a CNN o a El País, oltre ovviamente al Corriere e a Repubblica. La sinistra indigenista nella Bolivia di Evo, con la sua ammirevole stabilità economica e politica, e che nemmeno il regime mediatico mainstream riesce a mettere in discussione, ha compiuto in questi anni un tratto importante del percorso di superamento del regime di apartheid durato 500 anni. Lo fa senza rinnegare alcunché e tracciando la strada di una persistente consapevolezza che il cammino intrapreso da Néstor, Chávez, Lula, Fidel, Pepe Mujíca e decine di milioni di militanti – anche con la destra al governo i movimenti sociali latinoamericani non hanno mai ammainato bandiera – alla fine dello scorso secolo non era un cammino tra i tanti. Era l’unico cammino democratico possibile: integrazione delle masse e unità latinoamericana.

venerdì 17 gennaio 2020

E’ confortante verificare che, per quanto possa essere drammatica la situazione internazionale, la politica italiano non smette di essere ridicola e umiliante. L’ultima conferma arriva con il parere della Corte Costituzionale a proposito del quesito referendario proposto dalla Lega attraverso la richiesta presentata da otto consigli regionali di centrodestra.


giovedì 16 gennaio 2020

I principali dirigenti politici ed economici del pianeta si aspettano e si preparano, in un modo o nell’altro, ad affrontare un forte rallentamento della crescita economica che potrebbe abbinarsi a una crisi finanziaria.


martedì 14 gennaio 2020

Il concetto di sostenibilità è oggi di gran moda. Il Rapporto Brundtland del 1987 definisce come “sviluppo sostenibile” quello che soddisfa i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità di quelli delle generazioni future. Ma questo non è possibile per via dei principi della fisica e della termodinamica: non c’è modo per lasciare in eredità alle prossime generazioni la Terra così come noi l’abbiamo trovata poiché è impossibile realizzare un processo che sia efficiente al 100%, ovvero che non inquini.

lunedì 13 gennaio 2020

Di Tolo Tolo, l’ultimo film di Checco Zalone, hanno già detto e scritto molto. Hanno misurato le risate in sala e le polemiche fuori, calcolato gli incassi e fatto il confronto con quelli dei film precedenti, valutata la scenografia e misurato il ritmo narrativo. Alla fine gli aspetti estetici e i risvolti economici della produzione sono stati utilizzati soprattutto per sostenere le argomentazioni politiche pro o contro il messaggio del film. Non poteva essere altrimenti, perché Tolo Tolo è innanzitutto un film politico che ha scelto di affrontare il tema del momento, su grande scala e puntando a polarizzare le reazioni.

domenica 12 gennaio 2020

Non passa giorno senza che ci si imbatta nell’annuncio di nuove e vieppiù audaci applicazioni dell’intelligenza artificiale: quella all’indicativo futuro che guiderà le automobili, diagnosticherà le malattie, gestirà i risparmi, scriverà libri, dirimerà contenziosi, dimostrerà teoremi irrisolti. Che farà di tutto e lo farà meglio, sicché chi ne scrive immagina tempi prossimi in cui l’uomo diventerà «obsoleto» e sarà progressivamente sostituito dalle macchine, fino a proclamare l’avvento di un apocalittico «governo dei robot». Questo parlare di cose nuove non è però nuovo. La proiezione fantatecnica incanta il pubblico da circa due secoli, da quando cioè «la religione della tecnicità» ha fatto sì che «ogni progresso tecnico [apparisse alle masse dell’Occidente industrializzato] come un perfezionamento dell’essere umano stesso» (Carl Schmitt, Die Einheit der Welt) e, nell’ancorare questo perfezionamento a ciò che umano non è, gli ha conferito l’illusione di un moto inarrestabile e glorioso. Come tutte le religioni, anche quella della «tecnicità» produce a corollario dei «testi sacri» degli officianti-tecnici un controcanto apocrifo di leggende popolari in cui si trasfigurano le speranze e le paure dell’assemblea dei devoti. Delle leggende non serve indagare la plausibilità, ma il significato.

Per intelligenza artificiale (IA) si intendono le tecnologie in grado di simulare le abilità, il ragionamento e il comportamento degli esseri umani. Risulta dunque difficile capire da che punto in poi l’IA si distingua, ad esempio, da una piccola calcolatrice che svolge un’attività propria della mente umana (il calcolo, appunto), o da un personal computer che già simula molte abilità dell’uomo per via riduzionistica, scomponendole cioè in enti numerabili. Il concetto di IA sembra perciò essere più ottativo che tecnico. Non introduce alcuna rivoluzione ma identifica piuttosto, sotto un’etichetta accattivante e di dubbia solidità epistemica, lo sforzo e l’auspicio di sviluppare tecniche informatiche sempre più sofisticate e potenti. Che poi queste tecniche finiscano sempre per replicare, potenziandole, alcune funzioni della mente umana è ovvio in definizione, essendo state concepite e create proprio da quella mente e proprio con quell’obiettivo, fin dall’inizio.

Ciò che appassiona delle più recenti applicazioni dell’IA (cioè del computer) è la crescente capacità di elaborare input non rigidamente formalizzati, come ad esempio le riprese fotografiche, i tratti somatici, le basi di dati incoerenti e – soprattutto – il linguaggio. Quest’ultimo, espressione libera e creativa che si rigenera in continuazione (Noam Chomsky), rappresenta in effetti il banco di prova più importante. Per essere compiutamente decifrato esige non solo la corretta comprensione delle pur complesse norme sintattiche, ma anche quella dei sottotesti e contesti culturali, simbolici, emotivi (comprensione semantica). Ben più che uno strumento, il linguaggio è l’incarnazione dell’intelligenza che nel linguaggio si (ri)crea, traduce gli infiniti rivoli dell’esperienza individuale e sociale e si comunica agli altri. L’assalto cibernetico a questo impervio monte, che tanto ricorda l’impresa babelica finita proprio nel caos delle lingue, è solo ai suoi timidi inizi e sinora ha prodotto metafore matematiche più o meno promettenti per avvicinarsi ai misteri della mente. Ma per quanta strada si possa percorrere in questa direzione, resteremmo comunque ontologicamente lontani dall’obiettivo.

L’intelligenza non è solo funzionale, non si limita cioè a risolvere i problemi ma li pone, li formula e li dispone secondo gerarchie. In ciò è insieme condizionata e finalizzata dal soggetto che la esprime, ne è definita anche etimologicamente perché espressione indissolubile e diretta dei suoi fines, dei limiti che ne tracciano l’irripetibile e indivisibile identità: desideri, preferenze, paure, affetti, educazione, empatia e relazioni sociali, fede nella trascendenza, corporeità, morte e molto altro. Se la competenza logico-matematica è terreno comune a tutti gli uomini e a tutte le macchine, il suo esercizio è invece asservito alle gradazioni e alla mutevolezza della condizione di ciascuno. Una macchina non può ragionare come un uomo semplicemente perché non è un uomo, proprio come un bambino non ragiona come un adulto, un ricco come un povero, un sano come un ammalato, un ateo come un cristiano, un aborigeno come un europeo ecc. Occorre allora chiedersi il perché di questa finzione, di negare il naturale rapporto di complementarietà tra i due domini con la pretesa che possano, per qualcuno anzi debbano, sovrapporsi fino a confondersi e sostituirsi.

Qui azzardo due risposte. Se il soggetto intelligente guarda dentro (intŭs lĕgit) la propria condizione nel mondo per formulare gli obiettivi da sottoporre ai processi logici e computazionali eventualmente delegabili a un algoritmo, se opera cioè una «scelta preanalitica» (Mario Giampietro) che antecede e informa quei processi, resta scoperto il problema di chi detterebbe ex multis gli obiettivi alle macchine affinché le si possa chiamare «intelligenti». Come il «pilota automatico» di Mario Draghi, l’IA guiderà da sola e supererà brillantemente ogni ostacolo, ma verso quale meta? Escludendo l’ipotesi apocalittica (quella in cui se la darebbe da sola), sarà inevitabilmente la meta iscritta nel codice dai suoi committenti, che governando il codice godranno del privilegio di imporre i propri modelli etici, politici ed esistenziali a tutti, ovunque esista un processore e una scheda di rete. Dal groviglio delle sofisticazioni tecniche emergerebbe allora una più lineare dinamica di dominio dell’uomo sull’uomo, dove la citata finzione non sarebbe altro che una variante della pretesa tecnocratica, di incapsulare gli interessi e i moventi di una classe in una procedura sedicente asettica, inalterabile e necessaria, sottraendoli così alle resistenze delle altre forze sociali. Per chi si è lasciato mettere in ceppi dalle «ferree leggi» dell’economia (cioè dalle priorità di qualcuno, secondo le sue premesse e la sua visione del mondo) e da «lo dice la scienza» (idem), non sarà difficile accettare che la soluzione migliore sia quella partorita dai ventriloqui della marionetta cibernetica e «intelligente».

La seconda ipotesi chiama in causa il limite dell’uomo, cioè la sua definizione. Numerosi indizi fanno temere che, nel sentire comune, la riduzione del corredo soggettivo e plurale delle intelligenze umane in un sottogruppo acefalo di procedure erga omnes sia intesa non già come un impoverimento, ma come un salutare superamento della brulicante e imprevedibile complessità di pensieri, comportamenti e moventi del formicaio umano, e quindi dei «pericoli» che vi si anniderebbero. La macchina (si pensa) non «tiene famiglia» e non ha nulla da perdere né da guadagnare e quindi (si pensa) non può che fare «la cosa giusta» per tutti. Dalla tentazione così squisitamente adamitica e gnostica di separare anzitempo la zizzania dal grano scaturisce l’illusione di distillare processi cognitivi e decisionali infallibili – o comunque i migliori possibili – disattivando tutto ciò che può generare l’«errore»: fragilità, affetti, inclinazioni, dolo, ma anche e in ultima istanza l’incomputabile libero arbitrio, la libertà di ciascuno. Si è però visto che l’unità indissolubile di intelligenza e soggetto rende vana questa illusione, il cui solo risultato può essere quello di spostare l’arbitrio in poche mani potenti, omologando il resto. Ma poco importa. Più forte è il disgusto e la paura dell’indisciplinabile incognita uomo, il desiderio di spuntarle le armi incatenandola e negandola nella sua essenza distintiva, quella pensante. Questa brama del non vivente, di spegnere il coro dissonante delle intelligenze per ridurli alla monodia degli zombie, non si misura solo dai sogni – assurdi anche tecnicamente – di dare scacco matto a truffa e corruzione grazie alle transazioni elettroniche certificate, di «eliminare (sic) le mafie» con il denaro virtuale o i brogli con le macchinette per votare, ma in modo ancora più diretto dall’eugenetica morale di chi vorrebbe espungere «l’odio», «la paura» e altri sentimenti «cattivi» (partendo, ça va sans dire, dalla più tenerà età, nei casi estremi fino al sequestro ideologico o fisico dell’infanzia), ridurre al silenzio agli specialisti della salute, del clima e dell’economia che non ripetono a pappagallo una tesi o mettere in cima ai valori politici «l’onestà», cioè l’esecuzione demente, sicut ac machina, di una legge scritta, immaginando così di programmare gli umani.

Osserviamo la realtà. Nella pratica, quasi tutto ciò che oggi si fregia sui rotocalchi e nei parlamenti dell’etichetta di IA – cioè la digitalizzazione, in qualunque modo o misura la si applichi – è molto lontano dal requisito di portare la macchina nel modus cogitandi et operandi degli esseri umani per mettersi al loro servizio. All’opposto, le sue applicazioni implicano la necessità o persino l’obbligo che siano invece gli uomini ad adeguarsi alle procedure della macchina e a servirla. Ad esempio, se davvero avessimo a che fare con un’intelligenza umanoide di silicio che si integra con discrezione nella nostra struttura mentale, che bisogno avremmo di lamentarci della mancanza di «cultura digitale»? Non dovrebbe toccare al calcolatore l’onere di assorbire la nostra cultura? E a che pro insegnare il «coding», la lingua dei computer, a tutti i bambini? Di salutarlo (boom!) come «il nuovo latino»? Non dovevano essere i robot a parlare la nostra lingua? E perché addannarci con procedure telematiche, moduli online, assistenti telefonici, PEC, app, PIN, SPID, registri elettronici ecc. e stravolgere il nostro modo di lavorare e di pensare per servire al calcolatore la «pappa pronta» da digerire? Perché faticare il doppio per trasmettergli le nostre fatture nell’unico formato che riesce a comprendere, quando un mediocre studente di ragioneria sarebbe stato in grado di decifrarle in ogni variante formale? E perché spendere tempo, quattrini e salute nervosa per imparare tutte queste cose? Il «deep learning» non doveva essere una prerogativa dei nuovi algoritmi? Insomma, si ha l’impressione che la celebrata umanizzazione della macchina si stia risolvendo proprio nel suo contrario: in una macchinizzazione dell’uomo. Che l’impossibilità – lo ripetiamo: ontologica – di portare i circuiti nei nostri ranghi stia producendo il risultato inverso di fletterci, costi quel che costi, alla rigida cecità della loro legge.

Certo, possiamo raccontarci che questi sono solo paradossi transitori che servono a perfezionare e a istruire l’IA affinché spicchi presto il volo promesso. Ma la verità è un’altra ed è sotto gli occhi di tutti. È che l’IA è la nostra intelligenza, l’IA siamo noi. Non ci parla dei progressi dell’ingegneria e della scienza, ma di un auspicato progresso dell’uomo chiamato a spogliarsi dei suoi difetti – cioè di se stesso – per rivestirsi della stolta obbedienza, della prevedibilità e della governabilità dei dispositivi elettronici. Se nella prima fase questa transizione si è imposta con la seduzione dei suoi vantaggi, dal personal computer in ogni casa ai servizi internet gratuiti fino alla connettività mobile, in quella successiva deve forzare la mano magnificando i suoi benefici e rendendoli in ogni caso obbligatori con qualche pretesto penoso: la semplificazione, il risparmio, il progresso-che-non-si-può-fermare. È la fase in cui ci troviamno oggi: quella del 5G, degli elettrodomestici e delle automobili in rete, dei telefoni che non si spengono mai, della telematizzazione kafkiana dei servizi pubblici e, insieme, dei mal di pancia di chi si preoccupa, resiste e dubita, anche perché le promesse di miglioramento sociale che hanno accompagnato la precedente ondata sono state tutte miseramente disattese (che si parli di crisi proprio da quando si parla di «rivoluzione digitale» è un dettaglio che non tutti hanno trascurato di notare). Nel frattempo qualcuno, reso audace dallo Stato innovatore-coercitore, scopre le carte e prepara la terza e ultima fase in cui gli esseri umani dovranno accogliere le macchine anche nel proprio corpo e non più solo nei pensieri, con l’impianto di circuiti e processori collegati agli organi o direttamente al cervello. Con tanti saluti ai computer che diventano intelligenti, l’intelligenza diventerà un computer e l’uomo «sarà allora bardato di protesi prima di diventare egli stesso un artefatto, venduto in serie a consumatori diventati a loro volta artefatti. Poi, divenuto ormai inutile alle proprie creazioni, scomparirà» (Jacques Attali, Une brève histoire de l’avenir).

Questa riflessione non sarebbe completa senza chiedersi: perché? Qual è il senso di questo processo e del suo essere salutato come una mano santa, o almeno come una sfida a cui non ci si deve sottrarre? Indubbiamente a qualcuno non dispiacerà l’idea di tracciare, controllare e condizionare ogni azione o pensiero di ogni singolo individuo, ovunque e in qualunque momento. Né di assoggettare i popoli a processi e processori automatici che non lasciano scampo, privi di riflessione e di empatia e perciò inesorabilmente fedeli al mandato, fosse anche il più atroce. Ma anche questo sogno o incubo non sarebbe nuovo. La psicopatologia dell’onnipotenza e la volontà di dominio sono sempre esistite. Più triste è invece l’assenso delle cavie che si prestano a un siffatto esperimento di subumanesimo: dai politici che assecondano beoti le mode globali e le impongono ai cittadini, ai cittadini stessi che si immaginano pionieri di un’ubertosa età del silicio. C’è, evidentemente, un problema di percezione che non può essere solo effetto della propaganda. Una civiltà che desidera superare l’umano non può che essere profondamente scontenta di sé. È una civiltà delusa e intrappolata, incapace di raggiungere gli obiettivi che si è imposta ma altrettanto incapace di respingerli e di riconoscerli come ostili al proprio bisogno di prosperità e giustizia. Non riesce a immaginare un’alternativa e immagina allora che l’anello marcio della catena siano proprio i suoi membri: gli uomini deboli e irrazionali, indegni della meta. Umso schlimmer für die Menschen! Nasce da qui, dalla percezione strisciante di un fallimento epocale, l’illusione di salvarsi incatenando i passeggeri ai sedili e di sopprimerne le salvaguardie per espiare la «vergogna prometeica» (Günther Anders) di non essere all’altezza delle proprie creature, anche politiche. Per comprendere le radici di questa disperazione è quindi inutile interrogare gli ingegneri. Le tecnologie, intelligenti o meno, sono solo il pretesto di una fuga da sé che andrebbe affrontata almeno abbandonando la tentazione puerile di soluzioni «perfette» e perciò estranee al mistero irriducibile di un’umanità in cui «si mescolano polvere e divinità» (Fritjof Schuon), che vive nella quantità mentre aspira all’innumerabile e dissemina le sue verità provvisorie in miliardi di anime. Rimarrà il compromesso di una vita non certo geometrica e rassicurante come un videogioco, ma proprio per questo possibile, forse anche degna di essere vissuta.

Solo chi è prigioniero dell’ideologia dominante può accettare con felice soddisfazione l’odierna struttura dell’economia e dei rapporti sociali. Il sistema di comunicazione costruito dal liberismo contemporaneo ha trasformato la rappresentazione in realtà e il mondo sembra, nonostante tutto (come sussurrano prudentemente i più critici), un porto felice, o, quanto meno, l’unica vita possibile nel terzo millennio.

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