lunedì 25 novembre 2019

 Il tasso di deforestazione nella foresta pluviale amazzonica è salito al suo livello più alto in 11 anni, secondo i dati del governo brasiliano.

I dati, che includevano i tassi di deforestazione stimati per nove stati dell’Amazzonia legale brasiliana, sono stati generati dal Progetto di Monitoraggio con Satellite della Deforestazione della Amazzonia Legale (PRODES).

Circa 9.762 chilometri quadrati di foresta pluviale sono stati persi durante i 12 mesi fino a luglio 2019, secondo la dichiarazione dell’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali (INPE). Si tratta di un aumento del 29,5% negli ultimi 12 mesi ed è il tasso di perdita più elevato dal 2008, ha affermato INPE.

L’aumento della deforestazione si verifica mentre il paese è sotto la guida del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, che è stato eletto nell’ottobre 2018.

Bolsonaro è stato criticato per aver fatto poco per proteggere la foresta pluviale amazzonica, respingendo persino i 20 milioni di dollari in aiuti esteri per aiutare a combattere gli incendi nella giungla durante il vertice del G7 in Francia.

I rapidi tassi di grave deforestazione sono “il risultato diretto della strategia attuata da Bolsonaro per aver smantellato il Ministero dell’Ambiente”, secondo un comunicato stampa dell’Osservatorio sul clima, una rete brasiliana di organizzazioni di difesa ambientale.

“[Il livello di deforestazione] è lontano da quello che speravamo, ma è anche lontano dai numeri a tre cifre che erano stati segnalati”, ha detto il ministro dell’Ambiente brasiliano Ricardo Sales in una conferenza stampa all’INPE, a Sao José dos Campos.

Sales ha affermato che i crescenti livelli di deforestazione sono stati causati da attività illegali come il pascolo del bestiame, l’agricoltura, la raccolta e il commercio del legname e l’estrazione illegale.

Il ministro ha aggiunto che il paese ha bisogno di “un’alternativa economica sostenibile per quella regione dell’Amazzonia” per fermare l’aumento dei livelli di deforestazione.

L’agenzia di ricerca spaziale brasiliana si incontrerà mercoledì per discutere le strategie per combattere la deforestazione in Amazzonia il numero di incendi rilevati dai satelliti nella regione è infatti il più alto dal 2008.


Un altro viadotto autostradale è crollato. Stavolta senza fare vittime, ma per pura coincidenza.
Diversamente dal caso del Ponte Morandi, nell’agosto dello scorso anno a Genova, stavolta pare – gli accertamenti sono tutti da fare – che il cedimento sia stato provocato da una grossa frana che si è portata via, nella sua corsa, anche i pilono di sostegno del ponte sulla Torino-Savona.

Anche questa volta parliamo di una tratta autostradale gestita da Atlantia (la holding della famiglia Benetton), attraverso la controllata Autostrada dei Fiori S.p.A.

Nel caso del Ponte Morandi la responsabilità diretta dei dirigenti del gruppo è certa – il crollo avvenne per il cedimento degli stralli, e l’allarme dei tecnici sulla loro tenuta era stato dato già da alcuni anni, ma “per risparmiare” la società non fece quasi nulla. In questo, se l’inchiesta tecnica confermerà le prime ipotesi, la “colpa” sarebbe del dissesto idrogeologico che affligge tante aree della penisola.

Ma proprio questa ipotesi (che in teoria “assolverebbe” Atlantia-Benetton) dimostra che la privatizzazione delle infrastrutture è un controsenso che produce tragedie (non importa se sfiorate o effettive).
Vediamo perché.

Le autostrade sono state costruite dallo Stato italiano, con soldi pubblici, e costituiscono quello che in economia si chiama monopolio naturale. Anche se “naturale”, in questo caso, non vuol dire “creato dalla natura” ma – in linguaggio economico – “privo di concorrenti”. Nessuno infatti, tantomeno un’impresa privata, costruirà mai un’autostrada parallela a quella già esistente. Per problemi legali come l’espropriazione dei terreni su cui dovrebbe passare il nuovo tracciato; per il costo dell’investimento (diversi milioni per ogni chilometro, a seconda delle caratteristiche del terreno, necessità di ponti o galerie, ecc); per i tempi secolari del “ritorno” al profitto.

Ma soprattutto per la non necessità di un secondo “tubo” che porti il traffico dal punto A al punto B, quando – con spesa minore – si può allargare il “tubo” esistente. La metafora idraulica è assolutamente appropriata, perché la circolazione dei veicoli segue quasi le stesse leggi fisiche (passaggi/minuto per larghezza della sede stradale). E allargare la sede stradale esistente, sfruttandola per il passaggio delle macchine da lavoro, è certamente più semplice (ed economico) che espropriare altre terre, riempire avvallamenti, scavare nuovi tunnel, ecc.

Ma un “privato” bada – quando va bene – alla solidità della propria struttura. E neanche sempre, come si è visto per Ponte Morandi. In fondo il regime di “concessione” somiglia a quello dell’affitto…

Ma anche il “privato” più coscienzioso si occupa della sua autostrada e basta. Non può – per core business, formazione mentale ed anche per competenze oggettive – occuparsi della tenuta idrogeologica del terreno circostante o addirittura “a monte” della bretella d’asfalto che gestisce.

Insomma, anche un’autostrada eventualmente ben manutenuta rischia di crollare in un territorio abbandonato al normale lavorio della natura o magari stravolto da opere fatte “a pen di segugio”, per realizzare altri profitti privati da parte di altre aziende che si occupano ognuna del proprio business e basta.

Ritirare le concessioni autostradali ai privati – tutti, a cominciare ovviamente da Atlantia, che ha ampiamente dimostrato di interpretare il ruolo di gestore come semplice “cassiere al casello” – e riportare anche la gestione in mano pubblica è semplicemente logico, giusto, sano, obbligatorio per uno Stato che afferma di voler tutelare la circolazione e la vita dei propri cittadini.

Si dice sempre: “ma lo stato non sa gestire…”. Questo Stato non sa fare nulla, se non reprimere chi si gli oppone (manganellare è facilissimo, in regime di monopolio della violenza). E’ lapalissiano che anche lo Stato vada ridisegnato da capo a piedi nelle sue funzioni fondamentali, dando molto più spazio a compiti come la cura del territorio. Anche perché, come abbiamo visto, infrastrutture civili e rischio idrogeologico non vanno d’accordo e non possono essere risolte dai “privati”.

Un mtivo di più per riassumere tutte le infrastrutture e i settori produttivi strategici sotto il controllo pubblico. Con una classe politica diversa e un (bel po’) di socialismo, ambientalmente molto più responsabile di quelli del Novecento.

Siamo in un’altra epoca, infatti. I “limiti naturali allo sviluppo”, 70 o 100 anni fa, erano un orizzonte troppo lontano per poter entrare nei calcoli della pianificazione. Oggi ci stiamo sbattendo contro. E i “privati” sono quelli che li negano, li ignorano, non vogliono prenderne atto.

Persino nella culla del neoliberismo anglosassone se ne stanno rendendo conto…

Di quanti altri Ponti Morandi o di Mse abbiamo bisogno per capire che dobbiamo andare in un’altra direzione?

sabato 21 settembre 2019

Nel 1941, solo 11 paesi al mondo erano organizzati secondo principi democratici. Ritenuta il sistema di governo cui aspirare, dopo la seconda guerra mondiale si è diffusa velocemente. Nel 2000 ben 116 paesi (il 69 per cento del totale) erano considerati democrazie. La tendenza ha iniziato a rovesciarsi nel 2006: negli ultimi dodici anni, molti paesi sono diventati meno democratici. La crisi del 2008 ha accentuato il trend. Alla fine del 2017, erano democrazie 97 paesi su 167 (il 58 per cento del totale).

… e oggi è in crisi. “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia”: l’aforisma di Leo Longanesi ben descrive l’attuale stallo. Già nell’Antica Grecia c’era scetticismo[3]. Socrate venne condannato a morte con un voto di maggioranza. Platone[4] preferiva il governo dei saggi, la “sofocrazia”. Aristotele[5] temeva la degenerazione in oclocrazia (tirannide delle masse). Oggi, la sopravvivenza della democrazia liberale è messa in dubbio dal: 1) trasferimento di decisioni a livello sovranazionale; 2) l’aumento delle diseguaglianze; 3) la corruzione dell’establishment[6]; 4) la debolezza dei partiti politici, venuti meno al loro compito principale: portare persone capaci alla guida della res publica; 5) il rigetto di competenza e autorità da parte di chi vota; e 6) le tendenze autoritari del populismo.

Sotto scacco, in tutto il mondo

La democrazia è delegittimata top-down dalle élite e sfiduciata bottom-up dai cittadini. Per decenni, le classi dirigenti tradizionali hanno: 1) presidiato le istituzioni chiave (e.g.: i tribunali, i media e le forze armate); 2) rimosso le funzioni di controllo e garanzia (checks and balances); 3) governato a proprio vantaggio; e 4) sfuggito la meritocrazia e raggiunto un grado di mediocrità tale da suscitare reazioni antidemocratiche. Di conseguenza, i cittadini non si sentono né rappresentati né protetti – convinti che: 1) il potere sia in vendita a chi ha i soldi per comprarlo (democrazia prona alla plutocrazia); e 2) la volontà popolare sia diventata secondaria rispetto alla volontà dei mercati e delle istituzioni internazionali (democrazia prona alla globalizzazione).

Nei paesi industrializzati, il sistema democratico appare rissoso e inconcludente … L’antipolitica è rampante. I partiti tradizionali, ricchi di privilegi e risorse pubbliche, hanno perso legittimità sociale e il polso della situazione. I cittadini sono confusi, non si sentono rappresentati – e votano “contro” piuttosto che “per”. I sistemi elettorali non riescono ad aggregare le preferenze individuali e la democrazia è incapace di costruire un consenso[8]. Le risultanti coalizioni (spesso incoerenti, fragili e sfilacciate) portano all’impasse politica e alla paralisi, rafforzando le fazioni nazionalsocialiste – la cui frangia più estrema è intransigente, antidemocratica e xenofoba. Il populismo, promettendo soluzioni semplici a problemi complessi, mina ulteriormente il dibattito politico e ridesta desideri di “uomo forte”.

… molti cittadini sono convinti che non funzioni. La democrazia, prigioniera di dinamiche demografiche sfavorevoli ai più giovani, ha mal gestito l’evoluzione della società. Nonostante vivano in nazioni ricche e pacifiche, i cittadini sono scontenti, preoccupati di perdere lavoro e identità a causa di globalizzazione e cambio tecnologico. La divisione tra chi ha garanzie e chi non le ha è lacerante: alcuni sono remunerati anche se non generano risorse (i.e.: a prescindere dalla loro produttività), mentre altri – esposti senza garanzie al mercato – soffrono ogni decelerazione della congiuntura. I politici, eletti in loco, fanno promesse su temi che rispondono a dinamiche globali – e dunque impossibili da mantenere.

In molti paesi emergenti, i regimi autoritari guadagnano terreno … I paesi in cui il potere è concentrato nelle mani di pochi appaiono più efficienti e moderni. In Asia, la Cina, il Vietnam e altre nazioni – raggiungendo tassi di crescita superiori ai paesi occidentali – hanno dimostrato che non è necessario essere una democrazia per svilupparsi. In Medio Oriente e nell’Europa dell’Est, il passar del tempo ha dimostrato che la cacciata di un dittatore non implica l’avvento della democrazia; anzi, può generare instabilità: spesso il governo non funziona, l’economia soffre e il paese rapidamente peggiora.

… la democrazia è solo di facciata. Spesso la democrazia legittima i regimi autoritari – soprattutto quando: 1) il suffragio è universale a patto che il vincitore sia deciso ex ante; 2) la “volontà popolare”, specie se plebiscitaria, giustifica e dà potere all’uomo forte; e 3) gli spazi per la manifestazione del dissenso esistono solo formalmente, ridotti al minimO.

Limiti seri, responsabilità importanti

La democrazia è di difficile definizione. È come l’Araba Fenice: “che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa”. Nel novembre 1947, in un discorso alla Camera dei Comuni, Winston Churchill ne diede una definizione rimasta nella storia: “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le forme che si sono sperimentate fino ad ora”.

… impossibile in teoria … La promessa essenziale della democrazia è che gli elettori controllino il policy making. Eppure, disegnare norme di voto che rispettino tale promessa – aggregando scelte individuali in preferenze sociali – è quasi impossibile.

… e quasi irrealizzabile in pratica. Il policy making è influenzato dall’accesso diseguale alle informazioni, dal controllo dei media, dall’attività di lobbying e dal voto di scambio – soprattutto in contesti socioeconomici caratterizzati da: i) asimmetrie di potere preesistenti; ii) divisioni etniche e religiose; e iii) istituzioni inadeguate. Nel processo democratico: a) la maggioranza tende ad opprimere le minoranze; b) le minoranze – specie se potenti (e.g.: le lobby) – fanno il possibile per sottomettere e sfruttare la maggioranza, concentrando i benefici (su se stesse) e spalmando i costi (sulle masse).

In quanto sistema di governo, la democrazia ha importanti responsabilità. La lista delle manchevolezze non è corta. In ordine di gravità:

1. Si è rivelata incapace di lungimiranza e non ha promosso la sostenibilità.

– Ha sacrificato sistematicamente il “domani” all’ “oggi”.

– Non ha rappresentato le generazioni future – soprattutto nei paesi in cui la popolazione invecchia[20].

– Non ha programmato la gestione di risorse sempre più esigue rispetto all’aumento della popolazione.

– Non ha impedito l’insostenibilità economica, sociale e ambientale.

 2. Non ha selezionato statisti di valore, leader visionari capaci di prendere decisioni per il bene comune.

– Non ha preteso la competenza dei candidati, né prima né dopo le elezioni, e ha mandato al governo dei dilettanti.

– Ha permesso la “scalata al potere” a chi non ha cuore l’interesse del paese.

– Ha consentito l’elezione a chi promette “tutto a tutti” e non ha squalificato chi ha preso impegni irrealizzabili – senza preoccuparsi delle conseguenze.

– Ha dato ai politici incentivi fuorvianti, in cicli elettorali troppo corti: i governanti sono concentrati sul “farsi rieleggere”, e sulle esigenze del proprio elettorato nella mera durata del mandato.

– Ha chiesto agli elettori di assumersi responsabilità politiche tramite referendum.

 3. Non ha regolamentato il capitalismo, non ha gestito la globalizzazione, non ha evitato le crisi economiche e non ha punito i responsabili.

– Ha favorito – e legittimato con le elezioni – l’oligarchia e la plutocrazia.

– Ha accettato la trasformazione del processo elettorale in clientelismo, e non ha impedito il crescere del potere delle lobby sulla politica, anzi ne ha favorito gli interessi.

– Ha accettato la perdita di sovranità nazionale e identità locali – e dunque il proprio indebolimento.

– Non è stata in grado di gestire il sorpasso economico da parte di nazioni non-democratiche, Cina su tutte.

– Ha accumulato debiti senza investire, senza preoccuparsi di generare le risorse per saldarli, mettendosi alla mercé dei mercati globalizzati.

– Ha accettato che importanti decisioni di policy vengono prese da “esperti non eletti” in assenza di un dibattito politico aperto.

– Non ha tutelato i diritti, non ha protetto le conquiste del welfare state (stato del benessere) e non ha dato garanzie a chi non le ha.

– Non ha impedito che i diritti (di tutti) si trasformassero in privilegi (di pochi), e ha permesso l’aumento delle disparità sociali, la disuguaglianza socioeconomica e la marginalizzazione politica.

 4. Non è stata in grado di gestire il progresso tecnologico;

– Non ha impedito la diminuzione della privacy.

– Non ha regolamentato l’avvento della robotizzazione e della nanotecnologia, affinché non creino disoccupazione.

– Non ha gestito la perdita di rilevanza della democrazia rappresentativa e non ha disciplinato la democrazia diretta: i cittadini votano per eleggere candidati in parlamento così come eliminano i concorrenti di un programma televisivo o firmano petizioni online.

 5. Ha istituzionalizzato l’impasse decisionale, e aumentato la disillusione e il distacco dei cittadini verso la politica;

– Non ha impedito che le istituzioni chiave siano controllate dall’élite e da gruppi di potere in competizione fra loro.

– Ha accettato l’aumento del potere di entità senza accountability elettorale (e.g: le istituzioni transnazionali, le banche centrali, gli enti regolatori), e la mancanza di trasparenza della loro complessa governance.

– Ha sovraccaricato i governi – le cui burocrazie non riescono a far fronte all’“eccesso di democrazia” – di richieste dal basso[28], da parte di comunità locali, regioni autonomiste, enti e poteri minori come ONG e lobbisti.

Che fare?
Secondo Norberto Bobbio “La democrazia è il più grande tentativo di organizzare una società per mezzo di procedure non violente”. È sistema di governo migliore[29] della dittatura o dell’oligarchia, perché, rispetto a questi: 1) è meno impegnata in attività belliche; 2) offre alla generazione presente e a quelle future maggiori libertà e opportunità; 3) è più in grado di combattere la corruzione; 4) in media e nel lungo periodo, porta a una maggior ricchezza, e più condivisa; e 5) se ben gestita, è in grado di autocorreggersi.

… ma ne vanno risolte le debolezze. John F. Kennedy soleva dire che “una delle manchevolezze della democrazia è di cercare capri espiatori per la sua debolezza.  Suggerire riforme e riscriverne le regole non equivale a (ri)proporre sistemi autoritari, bensì a riconoscerne e risolverne le vulnerabilità più importanti, in ottica di lungo periodo. Va ammesso: la democrazia è una costruzione fragile, è fallibile e può venir meno con facilità. “L’unico modo di risolvere i problemi è di conoscerli, di sapere che ci sono”, diceva in proposito Giovanni Sartori.

Puntare sul merito

Si preparano sfide epocali: lo scuolabus in cui siedono i nostri figli sta per affrontare i tornanti di una strada a strapiombo. Globalizzazione, rischi geopolitici, integrazione nell’economia globale, turbolenze sui mercati finanziari, erosione dei diritti, possibili crisi sociali, inquinamento di aria e acqua e degrado ambientale. Chi vorremmo alla guida? La domanda non può essere considerata provocatoria: è necessaria una classe politica dotata delle necessarie competenze – e di visione di lungo periodo. Politici e statisti capaci devono ingegnarsi a ripensare la democrazia, coniugandola con la globalizzazione.

La democrazia ha in sé i germi della sua scomparsa. Se affossata dalle prevaricazioni dell’élite e dal disprezzo dei cittadini, la democrazia cade nell’autoritarismo – proprio attraverso il suffragio universale. La democrazia muore nel voto che porta a governi[34] inadeguati, nelle politiche mediocri, nell’indebolimento delle istituzioni, nella perdite di certezze dei ceti medi, nella percezione dell’élite come casta privilegiata e corrotta, nella frattura tra establishment e i cittadini, nella bassa partecipazione politica[35], nella paura del futuro, nel risveglio di tendenze autoritarie. Affinché rimanga il sistema prevalente, le classi dirigenti devono essere: 1) competenti (e affinché lo siano, deve esserlo anche chi le vota); e 2) legittimate dal riconoscimento popolare.

Ridurre le rendite di posizione dell’élite, puntando sul merito. L’agenda è nota, le priorità ben conosciute: a) ridurre i monopoli e le rendite di posizione; b) rafforzare le funzioni di controllo e garanzia (checks and balances); c) agilizzare il sistema giudiziario e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione – con particolare attenzione ai servizi pubblici (i.e.: educazione, sanità, acqua, rifiuti, energia, trasporti – soprattutto a livello locale); e – cosa ben più difficile – d) favorire la meritocrazia.

Ripensare il diritto di voto … Nelle democrazie a suffragio universale, ogni cittadino può eleggere chi legifera e governa[36]. De iure, la “titolarità” del diritto di voto (uguaglianza formale) implica “competenza” nell’esercitarlo (uguaglianza sostanziale). De facto, l’attribuzione del diritto non implica la capacità di servirsene: la maggioranza dei votanti non è in grado di riconoscere il miglior candidato, o la policy migliore. Per dirla con Harry Emerson Fosdick: “La democrazia è basata sulla convinzione che nella gente comune ci siano possibilità non comuni”. Il risultato è un indebolimento del sistema: se chi sceglie non ha le necessarie capacità, l’eletto è spesso inadatto a gestire i problemi collettivi. Per rafforzare la democrazia, andrebbe invece riconosciuta la differenza di valore dovuta alla fatica individuale (disuguaglianza sostanziale). Il diritto al voto dovrebbe essere ricompensa. Senza pretesa di arrivare al modello platonico di “sofocrazia”, per poter scegliere i governanti dovrebbe esser necessaria una preparazione politica elementare, garantita limitando il suffragio a un livello minimo di istruzione – come già succede in casi specifici (e.g.: immigrati legali e minorenni). Tucidide ne “La guerra del Peloponneso” (I, 22) attribuisce a Pericle la seguente frase: “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla”.

L’elezione deve essere una designazione di capacità. Chi governa deve: 1) possedere requisiti di candidabilità – un misto di virtù (aretè) e competenza (episteme): preparato, lungimirante, coraggioso – capace di auto-determinazioneù] e dotato di quella “libertà di pensiero” che si conquista solo con la formazione permanente; ed 2) essere migliore – in quanto a merito individuale – di quant’altri ambiscano alla sua posizione. In altre parole, anche l’eleggibilità andrebbe limitata per: a) grado di istruzione; b) precedenti e dimostrate abilità (il curriculum); e c) esperienza nell’esercizio di funzioni pubbliche. Se no, a detta di Henri-Frédéric Amiel, si finisce per delegare “la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci”. Sempre Tucidide – nel “Discorso agli Ateniesi” (Storie, II, 34-38) – attribuisce a Pericle la seguente frase: “Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”. Per entrare nell’élite, i candidati devono essere competenti. Se no si spacca tutto.

Frequentare la scuola o anche l’università specialmente nelle facoltà umanistiche, significa subire un bombardamento ideologico senza precedenti, che mira a cancellare e revisionare la storia del movimento operaio, recidendo i legami fra questa storia e le nuove generazioni, che oggi godono sempre di meno dei diritti conquistati proprio dalla lotta di questo movimento. Con questo spirito e Nel silenzio generale, l'UE ha approvato una mozione votata anche dal PD (insieme alla Lega) di una falsità storica inaudita e pericolosa.

mercoledì 11 settembre 2019

Mentre il mondo celebra la tragedia farsa del 2001. NOI vi raccontiamo la storia di un intero paese umiliato (dagli USA) che, l'11 settembre del veniva spazzato via da un male insormontabile nel modo più vile e brutale. Una storia, quella del presidente cileno Salvador Allende, che “non si ferma né con la repressione, né con il crimine”.

venerdì 23 agosto 2019

Se in Italia esistesse il partito unico favorevole all’aumento degli stipendi e delle pensioni saremmo già avanti nella discussione su cosa fare per restituire dignità e forza al potere di acquisto rilanciando al contempo i consumi.
La dinamica salariale in Italia è in fase recessiva da anni. abbiamo impiegato 10 e passa anni solo per tornare ai livelli del 2008, i contratti nazionali sono siglati secondo calcoli costruiti ad arte, insieme alla UE, per contenere gli aumenti introducendo meccanismi divisori che dal pubblico impiego si stanno allargando al privato.
Gli analisti politici poi fanno finta di ignorare la futura dinamica previdenziale con pensioni, calcolate con il contributivo, che determineranno assegni da fame corrispondenti, in media, al 65 per centro dell’ultimo stipendio.
Se consideriamo come innumerevoli servizi del welfare siano ormai a pagamento immaginiamoci pensionati con assegni miseri costretti a lavorare oltre i 70 anni, magari al nero e in condizioni precarie da rappresentare un ulteriore costo per la società.
La contrattazione di secondo livello avviene ormai con la politica dei bonus, lo scambio diseguale tra salario e servizi, uno scambio conveniente solo al datore di lavoro che alla fine risparmia anche sulle tasse.
Al centro del dibattito non si trovano gli interessi reali della forza lavoro,  commentando come nella cronaca siano cadute nel dimenticatoio le vertenze aperte e gli oltre 300 mila posti di lavoro a rischio.
Questa semplice constatazione dovrebbe essere al centro della analisi e delle iniziative sindacali (perchè no, anche sotto gli ombrelloni), se si tratta di restituire potere di acquisto a salari e pensioni non ci sarebbe da guardare alle differenze (lo diciamo per esempio al sindacalismo di base ) ma piuttosto provare a redigere una piattaforma rivendicativa minima, accompagnata da azioni reali che non siano i soliti scioperi rituali denominati generali, scioperi che generali poi non sono e vengono convocati su piattaforme generiche e ripetitive cosi’ massimaliste da sembrare la discussione sul sesso degli angeli. Poi, nella paralisi generale, anche gli scioperi rituali diventano occasioni da non perdere, tuttavia sarebbe tempo di rivederne modalità di indizione , contenuti delle piattaforme e percorsi di avvicinamento e magari prendere atto che gli scioperi non servono se vanno ad occultare la nostra incapacità di iniziativa nei luoghi di lavoro e nella società. Uno sciopero con la crisi di Governo e senza una azione sui contenuti della crisi ha quindi senso?
Questa crisi dovrebbe rappresentare un elemento di contraddizione per tutti, con la locomotiva tedesca che sta perdendo colpi e si porta dietro anche quella italiana, con il programma minimo del potere politico che ha già individuato nella riforma del sistema elettorale la via di uscita anche per restituirsi una credibilità perduta negli ultimi mesi.
Ma invece di raccogliere la parola d’ordine dell’aumento di salari e pensioni viene assunto il punto di vista di Confindustria favorevole al taglio del cuneo fiscale facendo dipendere dalla riduzione delle tasse per le imprese la ripresa dell’economia e indirettamente anche dei consumi.
Uno schema ormai obsoleto, sono anni che l’impresa italiana riceve aiuti diretti ed indiretti da parte statale, aiuti di pace sociale dai sindacati cosiddetti rappresentativi, eppure gli anni sono trascorsi senza innovare e i limiti del modello produttivo italico non sono stati affrontati e risolti.
Ancora aiuti all’impresa allora? E le tasse in meno che i padroni pagheranno, magari con minori introiti per lo Stato e per l’Inps, come saranno spesi?

O invece il taglio del cuneo ridurrà i contributi per la Naspi, la disoccupazione in agricoltura andando a ridurre gli ammortizzatori sociali che già sono stati ridotti dal Governo Renzi e oggi risultano inadeguati e insufficienti per fronteggiare la crisi?

E i soldi risparmiati dai padroni serviranno a delocalizzare produzioni, accrescere utili e dividendi per gli azionisti allargando sempre piu’ la forbice salariale e sociale tra le classi?
Dopo un anno di discussione sulla messa in sicurezza di strade, ponti e territori , la sola scelta realizzata è stata quella di favorire, in ambito Governativo, la Tav, con il Mov 5 Stelle abbarbicato alle poltrone del Parlamento (ma non dovevano essere gli anti casta?) e a subire quella decisione, sostenuta anche dal Pd e dai sindacati è bene ricordarlo, che viene giudicata una grande e insopprimibile priorità per il paese.
In questi scenari, IN Un periodo che deciderà se andare a nuove elezioni oppure no, le priorità dei lavoratori e delle lavoratrici sono ancora una volta calpestate non solo dai partiti ma dai sindacati, non una parola è stata del resto spesa per leggere criticamente la crisi e aprire una discussione seria nei luoghi di lavoro. Miopia, paura, rassegnazione e autoreferenzialità, oppure l’idea che sia inutile entrare nel merito delle questioni? Se cosi’ fosse dubitiamo fortemente che a ferie trascorse e a crisi conclusa sia credibile una iniziativa sindacale. Se la politica e il sindacato si riducono a riti, come potremo chiedere aiuto a quelle classi lavoratrici alle quali abbiamo girato le spalle dandole in pasto alle fake news?

giovedì 22 agosto 2019

In un agosto rovente in Italia, non solamente per il clima, data l’impellente crisi di governo e gli scenari, piuttosto incerti, aperti da essa, tiene banco tra le notizie anche la situazione della Open Arms, imbarcazione di una Ong spagnola dedita a salvare migranti nel Mediterraneo. Com’è noto, la nave, carica di 107 persone e 19 volontari, tutte stremate – per non dire disperate, com’è il caso di molti sull’imbarcazione – che si trovano a bordo da oltre 20 giorni, incapaci di attraccare. Il natante si trova a 800 metri dalle coste dell’isola di Lampedusa, senza alcuna autorizzazione a salpare sulle coste italiane.

Per sbloccare la situazione è ora intervenuto il governo spagnolo guidato da Sanchez, il quale – subendo attacchi da ogni opposizione – ha dato disponibilità allo sbarco nel suo Paese. In prima battuta aveva segnalato il porto di Algeciras, in Andalusia, molto distante dalle coste di Lampedusa, per poi correggere il tiro e autorizzare lo sbarco nel porto di Palma di Maiorca o in quello di Mahon, sull’isola di Minorca.

Dalla nave fanno sapere che anche questa soluzione sia inadatta all’attuale situazione, poiché la distanza da coprire – poco meno di 600 miglia marine – resta proibitiva per persone che si trovano in “condizioni psicofisiche critiche, la sicurezza è a rischio.” E hanno poi aggiunto come sia “urgente porre subito fine a questa situazione disumana, inaccettabile, che i migranti salvati sono costretti a vivere. Open Arms ha compiuto il suo dovere, ha protetto i diritti umani e rispettato le convenzioni internazionali e continuerà a fare il suo lavoro finché non sarà trovata una vera soluzione.” Alla posizione del capitano ha subito risposto l’altro capitano, Matteo Salvini, il quale, come ben sappiamo, non perde occasione di strumentalizzare situazioni come quella descritta. Nel ribadire il suo no agli sbarchi in Italia, il ministro degli Interni ha affermato: “Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì ma fessi no.” Alcuni migranti, tra i 27 fatti sbarcare perché dichiaratisi minorenni, hanno infatti in seguito ammesso di avere già compiuto i 18 anni, ed è a questo che Salvini si riferisce nella sua dichiarazione.

Aldilà delle posizioni individuali che si possano avere su un tema delicato come quello degli sbarchi, relativamente al quale si sta facendo una campagna elettorale perenne, principalmente – ma non solo – da parte di esponenti della Lega, la notizia nella notizia è che, all’ombra della Open Arms che ha l’onore e l’onere di essere seguita dalle tv e dalle testate di stampa, motivo per il quale ha avuto a bordo celebrità e chissà che non abbia presto anche qualche politico in cerca di seguito, altri 90 migranti hanno raggiunto l’isola di Lampedusa nel disinteresse dei principali mezzi d’informazione. Simultaneamente a questo, si trova in mare anche la Ocean Viking, nave di Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere, con a bordo ben 356 migranti.

Questi numeri sono persone, sono uomini, sono donne e sono bambini i quali, fin troppo spesso, si trovano vittime di calcoli politici distantissimi dalla quotidianità di tutti coloro i quali cercano esclusivamente una vita più dignitosa di quella che hanno, quando ce l’hanno, nei loro paesi di origine. Sono davvero Paesi civili e civilizzati quelli di un’Europa che chiude le porte, e i porti, a persone in difficoltà?

mercoledì 21 agosto 2019

Per secoli, in Europa, la condizione di povertà è stata considerata una virtù; “poveri” era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, si potrebbe forse perfino sperare nel recupero di quella virtù.Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano essi governi o corporation. La Banca Mondiale progettò programmi neoliberisti che ‘individualizzarono’ i poveri, frammentandone le comunità e le aggregazioni per spingerli al consumo. Vennero adottati con entusiasmo dai governi progressisti  e conservatori ma mai agirono contro i ricchi né contro la struttura della disuguaglianza. Le guerre istituzionali contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di ciò che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, sono conseguenze inevitabili di un regime ingiusto e devastante. 

Prima i poveri Dovrebbe essere lo slogan più del nuovo governo. Rispecchia una posizione etica e politica molto apprezzata e riconosciuta, valida specialmente in circostanze come quelle attuali.

La povertà si presenta come una condizione che esiste realmente. Vi sono istituzioni che la misurano, accademici che dedicano la loro vita a studiarla e governi e istituzioni che si prefiggono di porvi termine, o almeno di ridurla. Viene associata a una serie di carenze: si definiscono poveri coloro a cui mancano certi beni o servizi.

La povertà, pertanto, è un puro confronto soggettivo che squalifica coloro che vivono al di sotto di un livello di vita definito arbitrariamente.

Per un certo tempo si è impiegato il livello delle entrate come modello:erano povere quelle persone e quelle nazioni  che non possedevano quello che veniva considerato il minimo accettabile. Il livello di riferimento è andato cambiando e oggi è collegato a un pacchetto di beni e servizi che si presume definisca la condizione minima di un cittadino normale. Chi non ha accesso ad essi verrà considerato povero.

Con le guerre contro la povertà, i governi hanno cercato di attenuare l’instabilità sociale e consolidare lo sviluppo capitalista.

Le guerre contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di quello che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano molte e molti, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, come molte altre situazioni insopportabili della nostra società, non sono castighi divini o disgrazie accidentali. Sono conseguenze inevitabili di un regime economico-politico ingiusto e devastante.

La guerra deve essere condotta contro queste cose, non contro le vittime. Si deve inoltre combattere la complicità di coloro che si trovano sopra il livello di povertà e adottano un modello consumista insensato e di rapina, in cui si vogliono inserire anche i poveri.

Può avere un qualche senso trasformare alcuni miserabili in poveri; la loro situazione disperata non può continuare fino a quando si realizzino le trasformazioni necessarie. Però solo se fare questo è parte di una guerra contro il regime che genera tutti questi problemi, con piena coscienza delle sue deleterie implicazioni ecologiche e sociali.

Il governo tuttavia deve correggere l’atroce dispositivo che ha ereditato e ha ampliato, perché stabilizza in forma individualizzata e dipendente una condizione umiliante e intollerabile che acuisce le disuguaglianze e le ingiustizie. Non può e non vuole schierarsi contro il capitalismo, come molti di noi vorrebbero. Però potrebbe almeno ascoltare la gente che gli sta urlando che non vuole  i suoi megaprogetti sviluppisti e che esige servizi pubblici migliori e aiuti, a livello di comunità e aggregazioni sociali, che tutelino la sussistenza autonoma.  L’eliminazione di appoggi clientelari e corrotti quali le intermediazioni manipolatrici non deve cancellare la relazione con soggetti collettivi reali.


Vi è saggezza e compassione nella ricchezza del linguaggio popolare che descrive la situazione di persone che si trovano di fronte a difficoltà particolari.

Nella lingua persiana, più di 30 parole definiscono coloro che oggi si trovano nella categoria oscurata dei poveri.

Per secoli, in Europa, essere poveri era una virtù; era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Forse, di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, la principale speranza è il recupero di questa virtù.

Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare radicalmente al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano governi o corporation.

martedì 20 agosto 2019

L’unica cosa chiara, esposta anche in modo onorevole, sono le dimissioni di Giuseppe Conte, e quindi del governo. Il resto è nella mani del signore delle tenebre.

L’attesa per le “comunicazioni del presidente del consiglio” era probabilmente anche esagerata, ma in qualche modo incentivata da un percorso istituzionale fuori da ogni precedente ed esperienza, anche per un paese che è passato per impicci immondi (l’asse Dc-Pci, il Craxi-Forlani-Andreotti, gli anni di Berlusconi, le miserie dell’Ulivo, l-il governo Monti, la staffetta Letta-Renzi e infine il pastrocchio gialloverde).

E invece abbiamo visto un professore che ha provato a fare lo statista senza averne probabilmente la statura e sicuramente non “la gavetta” necessaria. Giuseppe Conte ha però giganteggiato rispetto a Salvini e Renzi – almeno agli occhi di chi comprende la complessità e le responsabilità dei meccanismi istituzionali – interpretando onestamente la parte che la Storia gli aveva affidato.

L’attacco a Salvini è stato perciò serio, puntuale documentato, articolato, senza dimenticare quasi nulla di rilevante nelle cazzate commesse da Mr. Mojito in veste di ministro dell’inferno. Gli ha rimproverato tutto, dal Russiagate allo sventolamento del rosario, dalle invasioni di campo in altri ministeri, fino al tentativo di “capitalizzare” il consenso a fini personali e di partito. Un discorso senza sconti.

Appena sporcato – è il caso di notarlo – dalla lunga seconda parte di discorso dedicata a “quel che si dovrebbe fare per l’Italia” che è suonato come un “se volete, posso restare premier di un altro governo…”

Definitivo, si sarebbe potuto dire, se questo paese avesse un’opinione pubblica costruita secondo gli standard della democrazia liberale.

Sappiamo tutti che così non è e dunque la partita che si è aperta anche formalmente in queste ore può avere qualsiasi esito.

Salvini e Renzi, parlando uno dopo l’altro, hanno messo in evidenza che nella classe politica “emergente” o emersa nell’ultimo decennio non esiste alcuna considerazione per la cornice costituzionale. Espressioni identiche degli stessi gruppi di interesse – più massonico-bancari quelli dietro il guito di Rignano, più piccola-media impresa contoterzista alle spalle del Truce – hanno recitato esattamente la parte che è stata da tempo assegnata loro.

Salvini nelle vesti del tribuno di una parte di popolo corrotto ed egoista, ansioso contemporaneamente di avere un “capo forte” e di poter fare i propri affari senza rispettare alcuna regola, razzista e bigotto (con le scelte di vita altrui), confuso e voglioso di non sapere nulla per poter restare chiuso nel proprio orto.

Nell’intervento originalissimo, colto, sorprendente e privo , assolutamente privo di luoghi comuni e frasi fatte del signor Salvini Matteo mi sembra non sia stato ancora chiarito che non ci sono più le stagioni intermedie. Lo ha detto e mi è sfuggito?


E l’altro Matteo, specularmente, a recitare la finta parte del “progressismo”, limitato quasi soltanto alle modalità di gestione dell’immigrazione (dimenticando gli orrori di Minniti, con lui prem.

Fin troppo evidente questo “offrire” l’un l’altro esattamente l’immagine che serve per proseguire nella “comunicazione” stantia delle rispettive sponde.

Una nota di ridicolo, però, Salvini ha voluto lasciarla in sovrappiù, quando – andando verso le conclusioni – ha provato a riaprire la porta ad un proseguimento impensabile di questo governo_ “votiamo la riduzione dei parlamentari”, addirittura “facciamo una manovra finanziaria coraggiosa”, restando ovviamente ministro…

In generale, e in attesa delle mosse successive – terminato il dibattito in Senato, Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni e far partire le consultazioni del Presidente della Repubblica – abbiamo avuto la fotografia della contrapposizione tra un modo di interpretare “classicamente” la funzione istituzionale e un magma incomposto che di quell’architettura se ne frega e non vede l’ora di distruggerla. Renzi, è bene ricordarlo sempre, aveva fatto scrivere una “riforma costituzionale” – poi bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016 – che seguiva passo passo il “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.

Non è più il tempo delle certezze sull’immediato futuro istituzionale. L’unica certezza viene non a caso dai “vincoli esterni” – recessione – e ne vedremo gli effetti nelle mosse che Sergio Mattarella sarà costretto a fare.

P.s. A completare il quadro essenziale, c’è da segnalare la sortita extraparlamentare di Nicola Zingaretti, segretario del Pd ma soltanto presidente della Regione Lazio, che ha provato a indebolire la conquista della scena televisiva da parte di Matteo Renzi (che spinge quasi apertamente per un Conte-bis…) diramando una nota che suona come uno stop per tenere in mano (almeno) le redini del Pd.

venerdì 31 maggio 2019

Diciamolo subito: l'italia ama capitan Salvini. Un risultato che non ha necessità di commenti. I rosari, le madonne, le bufale e i clandestini hanno avuto la meglio sul reddito di cittadinanza, sui valori laici della Repubblica e sulla civiltà. E  ora che il capitano ha il timone della sua nave, preparatevi a solcare mari oscuri.

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