mercoledì 25 novembre 2015

I dati, diffusi dall’Istat nello speciale “Reddito e condizioni di vita”, parlano chiaro e fotografano la condizione economica disastrose in cui versano le famiglie italiane (le rilevazioni si fermano a fine 2014): Individui che vivono in famiglie gravemente disagiate sono l’11,6%, Il 49,5% degli italiani non può permettersi ferie fuori casa, Il 12,6% non riuscirebbe a fare tre pasti proteici completi a settimana. Al Sud il 52,5% non potrebbe sostenere una spesa imprevista di 800 euro. Il 50% circa delle famiglie italiane ha un reddito netto che non supera i 2mila euro al mese.


Il punto centrale non è rappresentato tanto dalla variazione rispetto all’anno precedente (positiva, secondo gli indicatori), ma il persistere delle condizioni che che determinano lo sfilacciamento del tessuto sociale, producendo angoscia, rabbia, insoddisfazione e disillusione. E soprattutto nel consolidarsi delle differenze su base macro-regionale, indice più evidente di quanto la questione meridionale sia lontana anni luce dalla sua soluzione (masterplan renziano?).

Partiamo da quest’ultimo concentrandoci sulla cosiddetta questione reddituale. Come spiega l’Istat, “nel 2013, le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito disponibile netto pari in media a 29.473 euro, circa 2.456 euro al mese; tuttavia, poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio”. Considerando il valore mediano, dunque: al Nord il reddito medio è di 27.089 euro, al Centro di 25.623, al Sud e Isole 20.188. Complessivamente il 20% della popolazione possiede solo l’otto percento del reddito totale.

Una condizione che determina una evidente disuguaglianza sociale, con l’indice di Gini che è pari a 0,286 a livello nazionale e a 0,305 nel Mezzogiorno d’Italia. Non è affatto una questione minore, considerando anche l’accertata relazione fra ricchezza / status sociale / potere e l’impatto che la stessa disuguaglianza ha sulla crescita economica complessiva.

L'aumento delle disparità nella distribuzione del reddito incide negativamente sullo sviluppo produttivo di coloro che provengono da nuclei familiari povere, perché per loro si azzerano le opportunità di istruzione di grado elevato, di carriera lavorativa e di mobilità sociale. Di conseguenza, la disuguaglianza ha un effetto nefasto sulla ripresa economica nostrana.

La disuguaglianza non solo “fa rima con declino”, ma blocca l’ascensore sociale, amplia le fratture fra i cittadini e acuisce tensioni e insoddisfazioni, terreno ideale per la fioritura di fascismi e populismi. Se, insomma, il punto è restituire fiducia al Paese, allora non ha senso farlo evitando di occuparsi della grande questione irrisolta: quella reddituale.

Quanto poco  e male siano considerate invece le politiche di redistribuzione del reddito in Italia (caso unico in europa) è cosa nota. L’ultima testimonianza in tal senso è rappresentata dalla secca bocciatura da parte del Governo della proposta Boeri per un reddito minimo agli over 55 (peraltro si trattava di riordinare un sistema che accresce la disuguaglianza offrendo ingenti trasferimenti monetari a chi non ne avrebbe bisogno, attraverso la revisione del sistema stesso del sostegno previdenziale); così come prima erano state bocciate le proposte di reddito minimo e reddito di cittadinanza (Renzi si era spinto fino a ipotizzare l’incostituzionalità…).

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