mercoledì 30 gennaio 2019

Gli ultimi dati congiunturali annunciano la recessione. Il quantitative easing di Draghi non ha risolto niente. Serve una politica di investimenti pubblici e di equità fiscale: l’opposto della manovra del governo.

La nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NaDef), nella sua versione iniziale, prevedeva per il 2019 una crescita del Pil reale dell’1,5%. Ai dubbi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il ministro replicò: “La previsione di una crescita del Pil reale dell’1,5 per cento nel 2019 è corretta” [1]. Tuttavia, in sede di approvazione della legge di bilancio definitiva, dopo la nota della Commissione europea e la successiva trattativa, tale previsione venne ridotta a un più mite 0,9%, che comunque si sta dimostrando eccessivamente ottimistico. Infatti, nubi oscure si aggirano su cieli d’Europa che preannunciano una nuova recessione, ammesso che davvero ci sia stata la ripresina. Ce lo comunica, fra gli altri, Alessandro Penati sul Sole 24 ore del 15 gennaio scorso, che considera la recessione dell’Eurozona, “una quasi certezza” [2]. L’articolista osserva che già nel terzo trimestre del 2018 Germania e Italia avevano avuto non una crescita ma una caduta del Pil. Per la Germania la diminuzione è stata dello 0,2%, con un aumento del 7% delle produzioni rimaste invendute. Per l’Italia l’Istatcertifica un calo dello 0,1% e un più sensibilmente accentuato peggioramento nel mese di Ottobre [3]. La Francia, che andava meglio, è presa dalle note recenti tensioni sociali che senz’altro avranno una ripercussione negativa sui risultati macroeconomici. Insomma dopo tante proclamazioni che saremmo stati in fondo al tunnel, che la ripresa era alle porte ecc. ecc., alla sostanziale stagnazione degli ultimi anni seguirà in Europa un nuovo arretramento. Se si considera che la forbice fra i redditi alti e quelli bassi si va allargando, le conseguenze saranno tremende per chi vive (si fa per dire) del proprio lavoro. Inoltre deve essere messo in conto che i risultati peggiori rispetto alle previsioni di bilancio dello Stato comporteranno un minore gettito fiscale e quindi la necessità di riaggiustare i conti, facendo scattare nuovi tagli alla spesa sociale e una serie di clausole di salvaguardia concordate con le autorità europee, fra cui gli aumenti dell’Iva. Senza considerare gli scricchiolii del nostro sistema bancario e la probabilità che si decida di scendere in suo soccorso, di fronte a un nuovo scoppio della bolla finanziaria di cui si intravedono i segnali, di modo che, ancora una volta, il debito privato si trasformerà in pubblico. L’articolo del Sole 24 ore sopra citato non si limita alla constatazione della crisi ma giunge a fare un discorso meno disonesto del solito sulla politica economica. In Europa infatti finora si è affrontata la crisi puntando sulle esportazioni e non sulla domanda interna, che al contrario è stata depressa dalle politiche di austerità. In Italia, in assenza di un decente adeguamento tecnologico, la competitività nei mercati esteri si era retta esclusivamente sull’abbattimento de costo del lavoro. Adesso, rileva Penati, l’Eurozona registra avanzi delle partite correnti con l’estero (cioè differenze positive fra le esportazioni e le importazioni) che, in percentuale al Pil vanno dal 7,9% della Germania al 2,4% del fanalino di coda Italia. Ma tutto questo non ha impedito la stagnazione. “Fondare sull’export il modello di sviluppo è controproducente” sia perché il conseguente “deficit di domanda interna” cioè i minori consumi è “alla lunga foriero di tensioni sociali”, sia perché per avere “persistenti avanzi” occorre che qualcun altro nel mondo abbia disavanzi, cioè importi di più di quello che esporta. Tuttavia anche Giappone e Cina “hanno adottato uno sviluppo basato sulla domanda estera” e gli Usa, che costituivano la spugna assorbente della sovrapproduzione europea e cinese, si avvia verso politiche protezionistiche e guerre commerciali per niente promettenti. Senza considerare lo “shock esterno” che potrebbe derivare dalla Brexit, visto che la Gran Bretagna è uno dei ‘nostri’ maggiori acquirenti. Preso atto che “la politica monetaria è ormai in un vicolo cieco”, come peraltro avevamo previsto fin dai primi annunci di Draghi, e che “un nuovo programma di finanziamenti alle banche” non farebbe che aumentare, “cautelativamente, a fronte degli impegni di rifinanziamento del proprio debito e del peggioramento delle prospettive economiche”, le loro riserve, non rimane che evocare la politica fiscale espansiva, quella che (ma l’articolista non giunge a dire tanto) è sostanzialmente proibita in Europa. A questo punto Penati mette fra le ricette i consueti tagli alle imposte che vengono sempre promessi dai governi di destra – siamo pur sempre sul Sole 24ore e noblesse oblige. Però lo fa di sfuggita, concentrandosi invece sul vero tema, che sono gli investimenti. “La vera svolta per l’Eurozona sarebbe la rinuncia tedesca all’avanzo di bilancio per sostenere la domanda interna con investimenti pubblici”. Noi avremmo aggiunto maggiore valorizzazione della forza-lavoro, ma non possiamo aspettarci tanto dal giornale di Confindustria. Proseguiamo la lettura. “Sembra una follia [… ma] è arrivato il momento di ripensare modello di sviluppo e gestione della politica economica”. Siamo di fronte a un bilancio consuntivo impietoso di decenni di politiche monetariste, ispirate dalla scuola degli economisti di Chicago e assunte nei trattati e nella prassi dell’Unione Europea. E non è l’unico ripensamento, visto che perfino il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, in occasione della celebrazione dei venti anni dell’euro ha affermato dinanzi al parlamento europeo “non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia e con i greci” e, pur scaricando la responsabilità sul Fondo Monetario Internazionale, ha parlato di “avventata austerità”, che in realtà è scritta nero su bianco proprio nei trattati europei. Perfino un liberista ed europeista a oltranza come Mario Monti è stato assalito recentemente da qualche dubbio sulle regole europee “ormai poco credibili” e ha auspicato un cambio delle regole in modo da “considerare la capacità degli investimenti, sia pure finanziati in debito, di generare crescita e perciò di fare fronte agli oneri del debito”. Ci si sta rendendo conto, forse, della totale inutilità delle politiche di espansione monetaria non accompagnate da una seria politica economica, se non addirittura dell’errore compiuto di progettare un’unione europea basata unicamente sulla moneta e sul controllo dell’inflazione. Scelte che hanno determinato costi sociali e sofferenze immense e un grave deficit di democrazia, esautorando le istituzioni elettive del potere di praticare strade diverse. Ma queste scelte non sono state scelte “avventate” in quanto hanno corrisposto perfettamente alle esigenze del capitale di smantellare le difese delle classi lavoratrici e di recuperare profitti tosando i lavoratori. Pertanto, pur cogliendo con favore la novità di analisi meno conformiste, siamo consapevoli che non è dal fronte padronale che possiamo aspettarci la soluzione ai nostri problemi. Ciò in primo luogo perché tra tutti gli investimenti, che non sono cosa neutra, servono quelli finalizzati alle produzioni di beni e servizi, di valori d’uso, che migliorino le condizioni di vita delle classi sfruttate e non quelli, per esempio, per le grandi opere. In secondo luogo la fiscalità dovrà essere rivolta verso una maggiore equità. Infine perché non c’è politica keynesiana che possa evitare le crisi o superarla senza far pagare comunque il conto ai lavoratori. Tutto questo, consapevoli che non basterà, non ce lo regalerà nessuno ma serviranno mobilitazioni e iniziative politiche all’altezza dei problemi.

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