domenica 27 gennaio 2019

Il Nazismo non fù solo sinonimo di shoah, ma anche di altri orrori. Il numero preciso degli omosessuali e disabili internati e assassinati nei campi di sterminio non si conosce, ma si ritiene che siano almeno 80 mila “i soggetti pericolosi per il Reich” eliminati. Vittime dimenticate che ancora oggi soffrono.




Ed è cominciato prima che il partito nazista salisse al potere. Nel 1920 lo psichiatra Alfred Hoche e il giurista Karl Binding pubblicarono un opuscolo intitolato Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute, che divenne una sorta di fondamento medico e giuridi
co per la soppressione dei soggetti “deboli”, dannosi per la società. Nel 1926, quando al governo c’era una coalizione di tutti i partiti “democratici”, socialisti compresi, e la Germania venne finalmente ammessa alla Società delle nazioni, fu promulgata una prima legge “per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi”, che nel 1933, quando Hitler era diventato da poco cancelliere – ma non ancora Führer – venne sostituita da una legge, non troppo diversa nella concezione, “per la protezione della popolazione dalle nocività di zingari, vagabondi e oziosi”.

Sono gli anni in cui vengono velocemente costruiti i primi campi di concentramento, dove venivano recluse le persone che erano definite con la parola Asoziale e che, nella successiva codificazione dello sterminio – quando serviva “un metodo nella follia” – furono indicate con il triangolo nero, che veniva cucito sulla divisa di questa particolare categoria di internati.

Erano tutti i soggetti emarginati, i senza fissa dimora, i mendicanti, le prostitute, i funamboli e gli artisti di strada, gli alcolizzati e i tossicodipendenti, i ladruncoli e i borseggiatori, i ciarlatani e gli imbroglioni, ossia tutti quelli che in qualche modo erano considerati “irregolari” all’interno della società. Quelli che non vogliamo che vedano i nostri figli, ma che spesso non disdegniamo di “usare” quando ci fanno comodo. Poi c’erano quelli che non lavoravano, che risultavano disoccupati da troppo tempo, quelli che “rifiutavano” di essere aiutati. E ancora c’erano i ribelli sociali, le “teste calde”, quelli che erano colpevoli di “disseminare il disordine” nei luoghi di lavoro, magari perché chiedevano paghe più alte o maggiore dignità. Il nazismo – come il fascismo – era un movimento che era stato creato e finanziato dai capitalisti affinché facesse per loro il lavoro “sporco” e immediatamente ripagò questo debito.

Tra gli asociali c’erano anche le persone accusate di comportamenti matrimoniali o sessuali irregolari. Ovviamente non i mariti che tradivano le mogli, questo era – ed è – un comportamento matrimoniale assolutamente regolare e ben accetto, così come era – ed è – un comportamento sessuale regolare fare violenza alle proprie mogli, figli, sorelle, purché tutti resti in famiglia. A essere asociali erano le lesbiche, alle quali non veniva riconosciuto neppure il “diritto” di rientrare nella categoria di quelli che venivano contraddistinti dal triangolo rosa, ossia gli omosessuali maschi, perché le donne erano discriminate persino nella discriminazione sistematica. Naturalmente c’era una giustificazione – i maschi ne hanno sempre una – e c’era anche un fondamento scientifico, perché si riteneva che tutti questi difetti – dalla pigrizia alla pederastia, dal ladrocinio all’alcolismo – fossero ereditari. E infatti una delle prime misure presa contro gli asociali era quella di renderli sterili, così che non si potessero riprodurre, ma quegli stessi scienziati erano concordi nel ritenere che perfino da una donna lesbica potesse nascere un figlio “normale”: era il padre che doveva essere “sano”. Per questo le lesbiche venivano usate come puttane nei campi di concentramento dai soldati tedeschi: un comportamento sessuale assolutamente regolare ovviamente.

Il nazismo comunque fa della repressione dell’omosessualità una delle sue bandiere, una micidiale arma politica per distruggere l’opposizione.

Il 23 febbraio 1933 Hitler emana un decreto in cui dispone la chiusura di tutti i luoghi pubblici in odore di frequentazioni gay, di conseguenza la sede del Comitato Scientifico umanitario viene devastato e dato alle fiamme dalle camicie nere, distrutti oltre 10 mila volumi della biblioteca.

Intorno alla fine del 1933 la polizia politica riceve l’ordine di tenere sotto controllo i travestiti, individuarli, schedarli e deportarli al campo di concentramento di Fuhlsbuttel.

L’ideologia antiomosessuale è enunciata da un giurista nazista, Rudolf Klare al convegno della Federazione Internazionale delle Organizzazioni Eugenetiche, che si tiene a Zurigo nel luglio 1934.

Il suo pensiero è in seguito enunciato nel libro “Omosessualità e diritto penale” nel quale auspica l’aggravamento delle sanzioni a carico degli omosessuali maschi ed anche la repressione dell’omosessualità femminile non prevista dal Paragrafo 175 del Codice Penale.

La Gestapo invia una Circolare segreta a tutti gli uffici della Polizia con l’ordine di inviare l’elenco delle persone considerate omosessuali e l’organo ufficiale delle SS, Il Corpo Nero, auspica la pena capitale per gli omosessuali tedeschi.


Addirittura, per legge, vengono perseguite le sole ‘fantasie sessuali’ e i reprobi inviati in campo di concentramento a scopo rieducativo.


Himmler, in un discorso pubblico, afferma la necessità della eliminazione fisica degli omosessuali, considerati dei “degenerati” che possono distruggere la razza tedesca con il loro comportamento sessuale. Intanto Goebbels, Ministro della Propaganda, attacca violentemente le organizzazioni cattoliche, considerate “focolai di omosessuali” e invita la Gestapo ad arrestare i preti gay che “fornicano nelle sacrestie diventate bordelli per omosessuali”.

Nel 1939 la svolta: Himmler dispone che gli omosessuali arrestati per “atti contrari alla morale” siano inviati direttamente nei Lager, senza processo. Così la repressione si intensifica. Il 1 gennaio 1939, è pubblicato l’Annuario del RSHA dal quale risulta che circa 33.000 omosessuali sono stati processati; la maggior parte sono stati condannati e deportati nei Lager.

I “criminali devianti” minacciano la salute del popolo tedesco con i loro “comportamenti indecenti di uomini con altri uomini”, minano il “mantenimento della purezza ariana”.

All’interno dei Lager, gli omosessuali, che portano sugli abiti un contrassegno a forma di triangolo di colore rosa , con chiaro intento spregiativo, svolgono i lavori più ripugnanti, come lo svuotamento delle latrine, oppure quelli più pesanti, come il lavoro nella cave di argilla, per la fabbricazione delle ceramiche Klinker, a Sachsenhausen. Alcuni sopravvivono diventando ‘dolly-boy’ per molti kapò ed SS, in cambio di favori sessuali ricevono razioni di cibo abbondanti e protezione da trattamenti brutali e punizioni.

I più utilizzati come cavie negli pseudo-esperimenti scientifici attuati dai medici delle SS.

Inoltre, spesso sono vessati ed anche stuprati dai loro compagni di baracca. I medici nei loro rapporti sostengono che gli omosessuali non sono recuperabili, pertanto vanno eliminati. Ma una soluzione al problema va trovata e se ne incarica l’endocrinologo danese Karl Vernaet.

Vernaet ritiene che gli omosessuali si possano guarire attraverso la castrazionee poi con l’innesto di un glande artificiale e l’immissione di un ormone maschile sotto l’inguine o sotto la pelle dell’addome.

Himmler è entusiasta della teoria e gli mette a disposizione il Lager di Buchenwald ed il chirurgo Gerhard Schiedlavsky per gli esperimenti medico-chirurgici, che però sono interrotti, probabilmente in seguito ad un’epidemia di febbre gialla, dato che nel Lager si effettuano anche esperimenti su diverse malattie infettive.

Vernaet così continua gli esperimenti nel Lager di Neuengamme, dove molti omosessuali vengono sottoposti al trattamento chirurgico ed ormonale, ma non “guariscono”. Muoiono invece per essere stati imbottiti di ormoni. L’operazione Vernaet fallisce miseramente in un bagno di sangue.

Però la castrazione degli omosessuali diventa così una pratica molto diffusa.

Gli omosessuali, dopo l’intervento, sono inseriti in reparti di disciplina ed inviati a combattere in prima linea, nella formazione Dirlewanger.



Ma molto di ciò che accadde è ancora segreto. 

Lo sterminio dei triangoli rosa, così come quello di ebrei, rom, disabili e avversari politici, ha rappresentato lo scoperchiamento del vaso di Pandora, la valvola di sfogo di pensieri inconfessabili che non erano estranei alla società dell’epoca, in Germania come in Italia, in Inghilterra come in Francia o in Russia.


E Berlino, che fino all’avvento del nazismo era stata la capitale delle libertà dell’epoca, si trasformò di colpo in base mondiale del rigurgito omofobico, inferno in terra di uomini e donne che pagavano con la vita la loro inclinazione sessuale.


Siamo nel 2019, eppure nulla sembra cambiato, le relazioni tra persone dello stesso sesso ancora fanno storcere il naso a molti. In vari Paesi del mondo, concentrati soprattutto in Africa e in Medio Oriente, l’omosessualità è un reato punibile in diversi modi: mentre in India nel settembre scorso l’omosessualità è stata finalmente decriminalizzata, in Nigeria basta essere affiliati a un’associazione gay per finire in carcere, in Uganda i membri della comunità Lgbtq+ rischiano l’ergastolo, mentre in Iran, Yemen, Pakistan, Mauritania ed Emirati Arabi Uniti vige la pena di morte. In Arabia Saudita, la pena di morte è preceduta dalla tortura e dall’internamento in cliniche psichiatriche. In Europa, invece, nonostante l’assenza di nazioni che considerano un crimine l’essere omosessuali, in alcuni Paesi le persecuzioni sono all’ordine del giorno: in Russia, per esempio, dove solo il 16% della popolazione pensa che gli omosessuali debbano 
essere accettati dalla società e dove Vladimir Putin ha fatto approvare una legge “contro la propaganda gay”, considerata discriminatoria e omofobica dalla Corte europea per i diritti umani. O in Cecenia, dove molti omosessuali sono stati catturati e deportati in “prigioni segrete” che hanno tutta l’aria di veri e propri campi di concentramento, nei quali uomini e donne gay dichiarati o solo presunti subiscono sevizie e umiliazioni di ogni tipo, fino alla morte.

In Italia l’omosessualità non è più considerata un crimine dal 1890, ma per la destra resta un qualcosa da abolire, ignorare, nascondere: emblematica l’esternazione del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo il quale “le famiglie gay non esistono”. Invece, secondo i dati Istat del 2012, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale. Quindi è una realtà che esiste, eccome.



Questo olocausto non lo abbiamo dimenticato, lo abbiamo voluto dimenticare, perché in fondo gli asociali non piacciono neppure a noi, spesso abbiamo paura di loro. Li evitiamo in pubblico, condanniamo i loro comportamenti, ma in privato non rinunciamo ad andare a puttane, non rinunciamo a perderci nel gioco e negli abusi, non rinunciamo ai nostri viaggi per godere con bambini e bambine stranieri. Probabilmente – ma non ne sono del tutto certo – non pensiamo più che questi asociali siano persone geneticamente inferiori, più simili ad animali che ad esseri umani, probabilmente non siamo così scientificamente razzisti come erano i nostri nonni negli anni Venti in tutta Europa – non solo in Germania – ma pensate quante volte a un leader è bastato promettere una legge “per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi” per ottenere il nostro immediato consenso, quante volte ci siamo girati dall’altra parte di fronte a uno di questi asociali incontrato per strada, sperando nell’arrivo di un’autorità capace di togliercelo di torno, quante volte questi asociali sono stati derisi, picchiati, uccisi, solo perché sono quello che sono. Quando annuiamo, mentre ascoltiamo qualcuno fare propaganda contro i poveri, contro quelli che non vogliono lavorare – perché il lavoro c’è, sono “loro” che non vogliono fare fatica – anche noi partecipiamo a questo silenzioso olocausto, l’olocausto dei poveri, di quelli che non vogliono piegarsi a regole che non hanno scritto e che non capiscono. E questo olocausto, che è cominciato prima di tutti gli altri che hanno funestato la storia del Novecento, è continuato anche dopo che le truppe dell’Armata rossa hanno aperto i cancelli di Auschwitz, è continuato in Germania e nei paesi che avevano vinto la guerra in nome di valori di umanità e di civiltà, e continua silenziosamente ogni giorno nelle nostre città, sotto i nostri occhi. Ma noi resistiamo, ci basta non avere memoria.

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