domenica 13 gennaio 2019

IL Paese si è incattivito. E’ una affermazione che corrisponde alla realtà dei fatti e che ci rimanda però all’origine di questa cattiveria. Da dove nasce? Da dove proviene?



Sarebbe troppo semplice farla derivare dai toni accesi di alcuni ministri del governo e attribuire loro quello che, sicuramente, bollerebbero come un “merito” piuttosto che provarne vergogna. Sarebbe troppo facile perché l’origine della cattiveria diffusa sta nei tanti pregiudizi che sono stati coltivati abilmente dalle forze di destra (più o meno moderate) in decenni di storia di una Italia berlusconizzata, quindi un Paese dove alla cultura della socialità e della solidarietà, maturata nel dopoguerra, è stata sostituita la cultura tutta liberista di un individualismo senza freni.

L’ultima espressione compiuta di un lavoro di costruzione di un egoismo tutto italiano si manifesta benissimo nell’agghiacciante serie di comportamenti politici che dovrebbero stimolare la convivenza tra i cittadini, italiani o meno che siano, e che invece sono alimentazione continua di contrapposizioni: culturali, razziali, sessiste, persino misogine.

C’è di tutto nel grande calderone del sovranismo italiano: un partito già antimeridionalista e fino a poco tempo fa secessionista, che aveva provato ad intestarsi battaglie persino dal sapore risorgimentale come quella di Cattaneo per il federalismo unitario; un partito che si definisce ancora “movimento” e che, solleticando la rabbia popolare verso le istituzioni degradate e corrotte, ha saputo trasformarsi in forza di governo con pochi balzi; una galassia neofascista e neonazista che plaude al “terzo millennio” magari, per assonanza, al “Terzo Reich” e che si distingue in tante piccole associazioni, partiti, movimenti da nord a sud della penisola, fatta per lo più di giovani generazioni senza una prospettiva di vita concreta.


La cattiveria è di destra, dunque? Indubbiamente lo è. Storicamente lo è. Quando si fa riferimento al fascismo, al nazismo, ai tanti fascismi disseminati per il mondo nel “secolo breve”: ciò a dimostrazione anche del fatto che un movimento “rivoluzionario” come quello fondato da Mussolini poteva diventare fortemente reazionario e conservatore pur atteggiandosi a parole come espressione di una Italia moderna, civile, rigorosa, conscia del suo valore storico, politico e persino sociale.

Quando Mussolini dichiara guerra alle “plutocrazie” il 10 giugno 1940 lo fa citando una “Italia proletaria e fascista per la terza volta in piedi”. L’origine sociale del fascismo ritorna spesso nei discorsi del duce e serve anche, come esercizio politico, a mantenere unito un partito che – non è vizio delle sinistre o delle destre soltanto di oggi – era un grande assemblaggio di tendenze profondamente differenti tra loro.

Basti pensare a quanto diversi fossero gerarchi come il nobile Ciano e un tipo come Farinacci.

Noi pensiamo sovente che soltanto la politica che viviamo nel presente sia viziata da contraddizioni che ci sembrano propriamente “italiche” o di una Italia comunque citata per disprezzo, per significare che solo qui, in questo Paese “possono accadere certe cose“. Un refrain comune, quotidiano, che ci assolve dal pensare, dal riflettere sul perché si vivano certe situazioni che raggiungono livelli di disorganizzazione in un regime burocratico farraginoso, che si producono esacerbazioni così muscolarmente forti da mostrare all’Europa e al mondo un volto di una Italia dove la crudeltà non è soltanto più un fenomeno singolare o comunque limitato a gruppi e ambiti sociali ben individuabili.

La crudeltà è oggi una forma mentis, un modo di pensare la propria vita come minacciata da nemici d’ogni dove e si struttura, diventa brodo di coltura dominante che non riceve opposizione degna di nota né in Parlamento e nemmeno nelle piazze del Paese.

Ha ben ragione Zerocalcare quando afferma che spaventa molto di più l’indifferenza popolare rispetto al comportamento di Salvini. Perché l’indifferenza si va esprimendo in molteplici comportamenti, molto diversi tra loro e provoca una assuefazione composta, ritmata nel tempo di una incessante quotidianità che sembra priva di un passato (che si vuole dimenticare) e orfana di un futuro che si deve costruire e che non promette comunque nulla di buono.

Ma l’indifferenza è soltanto uno dei tiranti che tengono salda la nuova forma espressiva del crudelismo e della crudeltà stessa.

C’è anche chi, dall’alto di esperienze pure libertarie, di padre in figlio, in interviste a grandi giornali nazionali afferma che Salvini non gli fa paura perché “è fan di mio padre. E non penso che vada oltre”.

C’è dunque una soglia di tollerabilità dell’azione di governo fin qui svolta per un democratico, per un comunista, per un libertario? Può esservi questa soglia? Certamente che può esistere, visto che milioni di persone che prima votavano a sinistra si sono dirette un anno fa alle urne e hanno messo la croce sui simboli di due forze di destra.

C’è non soltanto una soglia di tollerabilità che fa dire a molti: “Vediamo cosa combinano e poi giudicheremo”; c’è molto di più: si tratta per l’appunto di un credito aperto, di una cambiale in bianco, di una concessione di fiducia che non poggia su alcuna visione della società e che è arrivata alle soglie del patto di governo tra M5S e Lega soltanto per contrarietà rispetto ai tentativi di migliorare il Paese fatti esprimendo il consenso per forze che hanno ingannato larghissima parte della popolazione proprio nell’aspettativa di una crescita delle garanzie sociali.

Soltanto in questi giorni il governo giallo-verde inizia a fare politica, ad affrontare contraddizioni interne che sono frutto di una spasmodica agitazione da campagna elettorale e che innalzano i valori di crudelismo da un lato e di ridefinizione del posizionamento pseudo-ideologico dei Cinquestelle: mostrarsi un po’ più umani di altri può far sembrare che il movimento sia tornato su vecchi assi di equilibrio timidamente accostabili a valori di sinistra. Uguaglianza, pace, giustizia sociale, libertà civili. E’ un programma impossibile da realizzare sulla base del contratto di governo e, soprattutto, sulla base dell’avvio dell’offensiva elettorale in costante crescendo.

Svolte a sinistra o meno, la crudeltà rimane come espressione della rabbia popolare, di un ampio dilagare di un analfabetismo anticivico che gran parte della popolazione vive senza troppa difficoltà e nemmeno vergogna. I giudizi politici sono pregiudizi, sia in negativo sia in positivo, e la trasmissione dei valori costituzionali, di semplice umanità spetta a forze politiche, sindacali e organizzazioni della vecchia sinistra e del partigianesimo che, paradossalmente, vorrebbero ampliare la conoscenza della Legge fondamentale dello Stato, dell’ordinamento della Repubblica e che sono in minoranza proprio nel Paese che dovrebbe essere governato mediante quella Costituzione.

Forse la Costituzione non è ancora “in minoranza” nel Paese: un sussulto di dignità, di civismo e di scostamento da un neonazismo mascherato da sovranismo moderno ogni tanto plasma le coscienze rimaste ad un popolo che sembra sempre più lontano dalla voglia di partecipazione alla vita sociale e politica italiana.

Se così è, allora è ancora possibile recuperare proprio al Paese una sinistra degna di questo nome, che rappresenti l’esatto opposto tanto delle forze di governo quanto del PD e delle forze che ancora sognano un centrosinistra da contrapporre ad una piazza della politica dove il centrodestra è inesistente.

Va preso atto di questo: la crudeltà, l’odio, i pregiudizi sono tutti figli di nuove contrapposizioni politiche: sovranisti contro democratici, contro liberali, contro anticapitalisti, contro libertari. L’alternanza è finita, perché gli schemi delle vecchie maggioranze hanno ceduto il passo a compromessi di governo fatti da forze interclassiste che si piccano di rappresentare gli strati più deboli della popolazione (e li rappresentano pure…) e forze sovraniste che rappresentano invece gli interessi del ricco Nord, del ricchissimo Nord-Est.

L’alleanza regge. E’ un patto di potere saldo, benedetto anche dalla borghesia (una buona parte di essa) oltre che da quel sempre inconsapevole proletariato moderno che pensa, si illude anche questa volta di aver dato sostegno a forze rivoluzionarie che si dimostreranno essere “reazionarie”.

Parole vecchie, desuete; ferri vecchi del mestiere di un marxista che non si rassegna ad altre definizioni perché, nonostante tutto, quelle del Moro interpretano ancora bene i movimenti economici e politici che si legano e si spartiscono i poteri nelle nazioni.

“La fantasia al potere” si gridava un tempo e lo si scriveva sui muri. Oggi è “la crudeltà al potere”. Ma non si può gridarlo. Nemmeno scriverlo sui muri. Ciò che c’è non è più sogno, non ha bisogno della romantica pittura su un muro che richiami gli altri a sognare insieme, ad agitarsi e muoversi per cambiare il mondo.

La crudeltà non è un sogno, è realtà di ogni giorno: dai dialoghi da bar e autobus alle più belle sale delle istituzioni di questa nostra povera Repubblica.

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