giovedì 31 gennaio 2019

Secondo un sondaggio di “Demos” fatto per “la Repubblica” il 58% degli italiani vuole “l’uomo forte”. Proprio così: questa è l’espressione rivolta nella domanda e riportata nella rilevazione: soltanto il 34% si oppone a soluzioni di tipo oligarchico o comunque di tendenza autoritaria che, se anche non esplicitamente espressa nella formula di “colui che è solo al comando”, fa intravedere il ritorno del desiderio di sempre meno democrazia.



Perché proprio questo è il dato peggiore che ne viene fuori: invece che essere un valore, una sostanza preziosa di una forma repubblicana da tutelare, la democrazia viene percepita più o meno come ai tempi della Repubblica di Weimar, quindi un accidente cui dover sottostare con tutti i lacci e lacciuoli, i vincoli e le garanzie di uno Stato di diritto che si vorrebbero oltrepassare ritornando ad un primitivismo istituzionale fatto di consuetudini, di giustizia che diventa giustizialismo, di pena che diviene vendetta.

Il tutto sovrainteso da una nuova morale antisociale, politica e anticivica fondata su un liberissimo arbitrio che uniforma nell’abuso di potere, nello scavalcamento della Costituzione e nell’aggiramento della semplice ed elementare prassi legislativa che ispira tutto l’architrave delle norme che regolano la vita comune, proprio questa stessa vita e la rende prigioniera di una riscrittura dei limiti dei poteri che già oggi, come si nota dalle vicende che concernono i flussi migratori, si scontrano non solo sul piano della critica delle rispettive opinioni ma proprio sui confini delle reciproche competenze.

Una certa passivizzazione delle masse è la conseguenza, piuttosto che il principio, di una forza che il potere assume su di sé mentre crea una nuova coscienza anticivica mostrandosi come il più fedele alleato proprio del popolo. Per decenni la decostruzione della democrazia si è fondata sulla riduzione del settore pubblico in tutti i più importanti gangli dello Stato e il concetto di “privatizzazione” è passato dall’essere meramente economico fino a divenire un mantra assoluto, un indice di nuovo benessere per tutti i ceti sociali del Paese.

Il dettame di una economia liberista di un mercato, oltre che “turbo” anche “turbolentemente” in crisi per via delle bolle speculative americane e per la strenue concorrenza asiatica, ha imposto che lo spazio riservato ai princìpi democratici fosse sempre più ristretto e, con esso, tutto il necessario e importante corollario di stato-sociale che era stato creato nei decenni della ricostruzione dal dopoguerra in poi e che aveva consentito ai lavoratori di arginare le pretese padronali.

Riforme strutturali oggi? Non sono certo il cosiddetto “reddito di cittadinanza” o la finestrella aperta sulla “Legge Fornero” e definita “Quota 100” impropriamente: laddove si permette di andare prima in pensione, contestualmente si sottrae alla composizione della propria pensione una discreta fetta di potere di acquisto.

Noi comunisti proponevamo vent’anni fa non il “reddito di cittadinanza”, bensì due riforme che facevano il paio con altre due necessità democratico-economiche: il “salario sociale” che andava ad arginare la piaga della disoccupazione soprattutto giovanile (prima che le leggi di modifica del sistema pensionistico rendessero miserabili anche tutti quei lavoratori che avevano maturato una vita di contributi e si trovavano ad essere in condizioni di assoluta precarietà) e la tanto famosa e tanto irrisa e snobbata “riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”.

Qualcuno tentò una volpina mediazione, facendo il furbo e provando a mediare così: va bene la riduzione dell’orario di lavoro. Stop. Togliere “a parità di salario” rassicurava i padroni e consentiva ad una riforma a favore dei lavoratori di compiere una torsione su sé stessa e diventare uno sgravio per l’imprenditoria italiana visto che si poteva assumere con un monte di ore inferiore ma con contratti a termine, eliminando la certezza del contratto nazionale collettivo di lavoro e tutte le garanzie ad esso correlate.

A “salario sociale” e riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario sarebbe stato necessario ripristinare una vera “scala mobile”, una nuova indicizzazione dei salari sulla base del costo della vita e, politicamente, sostenere il tutto con un ritorno ad un sistema di espressione della delega parlamentare attraverso la legge elettorale proporzionale pura.

Una democrazia che si rispetti, che si differenzi da democrazie autoritarie e da regimi che si definiscono “popolari” e che sono squallide oligarchie, non deve temere il confronto parlamentare tra tutte le forze che ricevono consensi per entrare nelle Camere: tanto più se si tratta di una repubblica che proprio il Parlamento mette al centro della sua Costituzione come potere legislativo che non deve dipendere da pretese governative e presidenziali.

Ma, con l’avvento di Tangentopoli, lo sconquasso creato da una politica corrotta e immorale, con una specie di rivoluzione italiana fondata sulla voglia soltanto di “onestà” e non di giustizia sociale, con il successivo affermarsi del ventennio berlusconiano (salvo le brevi parentesi di governo di un centrosinistra che non ha saputo mettere freno a queste derive e che è diventato parte del problema, soprattutto per sé stesso, tanto da scomparire dalla scena sociale e politica), la questione “capitale-lavoro” è diventata irrilevante in una certa parte della sinistra italiana, sostituita dalla necessità della “governabilità” e dal teorema del “voto utile” per arginare le destre.

E’ accaduto così che dalle privatizzazioni è venuto fuori un ruolo sempre meno presente dello Stato tanto nell’economia quanto nel ruolo di controllo di molte grandi aziende pubbliche, la ricerca del profitto sempre maggiore e la concorrenza spietata messa in atto dalle strategie continentali e anche nazionali dentro la UE ha compresso la sicurezza proprio sui posti di lavoro, prima vittima sacrificale di un padronato che ha avvertito la presa debole dei vincoli legislativi e di tutto un apparato di garanzie che invece precedentemente tutelavano la mano d’opera: dati di questi giorni, ogni giorno nel 2018 vi sono stati almeno 3 morti nei posti di lavoro.

Una strage che continua e che non si ferma perché le regole vengono aggirate in nome del profitto e perché lo Stato è preoccupato soltanto di evitare che sbarchino sul territorio italiano 47 persone trattate con una inumanità che ha dell’incredibile in una Italia che dovrebbe essere, con la Costituzione che possiede, se non un faro almeno un esempio di democrazia e civiltà.

Privatizzazioni e sostenibilità della concorrenza internazionale sono i mandanti di questi omicidi detti “bianchi” e che invece sono nerissimi.

Da qui inizia la crisi di una democrazia: dalla mancata tutela del lavoro, dei diritti dei più deboli e dalla protezione sempre maggiore che riserva ai profitti e ai privilegi padronali.

La crisi economica che è piombata su una Italia di questa fatta ha contribuito enormemente a completare il quadro e a sommare all’odio per la politica corrotta e all’immoralità dei suoi rappresentanti un altrettanto forte odio e disprezzo per forze politiche che si sono dette “progressiste” e che altro non hanno fatto se non peggiorare le condizioni di sopravvivenza dei lavoratori e degli sfruttati tutti, aprendo la porta, anzi spalancandola, alle destre che hanno ipocritamente preteso di arginare con dichiarazioni sempre legate all’”utilità del voto”.

La discesa agli inferi da parte del regime democratico e repubblicano è tutta qui e non servono molte altre parole per descriverla e porta dritti dritti a quel dato spaventoso che “Demos” ha pubblicato: quasi sei italiani su dieci vogliono l’”uomo forte” che risolva la situazione, che debelli la criminalità che mai è stata così inoperosa (per fortuna) nel spargere sangue nel Paese (gli omicidi e gli stupri, i delitti più efferati, sono drasticamente calati da un decennio a questa parte), nel fermare una invasione di migranti che non c’è mai stata e nel produrre benefici effetti sull’economia del Paese con una “manovra del popolo” che elenca solo delle elemosine sociali ben lontane dalle altisonanti parole dei comizi in campagna elettorale.

Ultima, ma non ultima, la questione delle autonomie regionali: è un tassello niente affatto secondario che si aggiunge a questo regime di ingiustizia e di differenza classista a seconda della nascita. I diritti sociali vengono scardinati nella loro unitarietà e diversificati a seconda della regione in cui si nasce e si vive: i territori più ricchi avranno più soldi e quelli meno ricchi ne avranno meno. Tutto il contrario di una progressività sociale dei finanziamenti che dovrebbe essere una delle linee di perseguimento di una politica di sostegno delle fasce meno abbienti e più disagiate della popolazione.

A ciò si aggiunge un avanzamento inquietante della rassegnazione (anti)culturale della popolazione che, oppressa da tutte queste deficienze del sistema, si rifugia in un banalismo e in un pressapochismo allarmante: non si approfondisce nessuna tematica, ci si affida soltanto ai titoli e ad una incultura da “social network” che privatizza persino le coscienze e le rende protagoniste di sé stesse piuttosto che di un serio confronto dialettico comune, veramente socializzante.

Tutto viene assorbito da un individualismo esasperato che trova nell’autoesaltazione quasi edonistica del proprio pensiero l’unico scopo del dire, del fare. Si parla, si agisce in contrapposizione agli altri e non provando a stabilire un terreno di dialogo e di interazione che consenta la grande assente di questi soliloqui telematici: la sintesi.

Ciascuno di noi si esprime, si scontra e la cifra di questo falso dialogare internettiano è soltanto l’avversità, l’odio che si autogenera attraverso campagne televisive e di grande informazione fatte da abili manipolatori di un popolo debole, culturalmente povero, indegno della sua millenaria storia che parla di una Italia che detiene il maggior numero di opere d’arte al mondo.

Ecco perché il 58% degli italiani vuole l’”uomo forte”, perché proprio quel 58% è debole, inetto, privo di consapevolezza, rassegnato ad un domani che non vede: cerca il dittatore che lo salvi, il superman della politica istituzionale che sia tribuno del popolo e guida (in tedesco si direbbe Führer…, in italiano Duce…) e lo manlevi da questo noioso esercizio che include la partecipazione di ciascuno alla vita politica e sociale del Paese: la democrazia.

La democrazia muore in una trasformazione ormai “naturale” dell’Italia. Non c’è bisogno di alcun colpo di Stato. Chi vuole aspetti pure la lenta agonia della Repubblica italiana. Chi ha ancora un briciolo di coscienza critica, magari anche di classe, è bene che si faccia avanti e si impegni nella ricomposizione di un blocco sociale e politico che abbandoni i   dogmi liberisti.

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