martedì 15 gennaio 2019

Se sceglie di rivendicare i cantautori, in particolare alcuni che nel nostro immaginario sociale si legano alla storia della sinistra ecc. un motivo deve esserci. Invece che accontentarci di dimostrare le incoerenze del ministro che non ha diritto di appropriarsi di un simbolo che sentiamo come nostro, dovremmo prendere atto di come la società è cambiata e pensare a costruire nuovi campi di contrapposizione.


I leader politici attuali non hanno nulla in comune con i professionisti di qualche decennio fa. A parte le questioni di stile, i politici di oggi devono mostrarsi quotidianamente opinion leader, “essere sul pezzo” sulle tematiche extra che dominano i social. Il loro storytelling quotidiano comprende opinioni su tutti gli argomenti che infiammano i social per orientare il pensiero nella direzione che gli è più funzionale.

In questo senso siamo convinto che l’ostentazione quotidiana dei gusti sia evidentemente uno strumento di governo: mostrando di essere “uno di noi” Salvini convince i suoi fan di conoscere la loro realtà meglio di tutti, di avere a cuore i nostri interessi e quindi di essere il migliore rappresentante.

La questione è delicata, ma ricca di spunti interessanti sul nostro modo di ascoltare la musica, sul modo di Salvini di concepire la sua attività politica e, da ultimo, sul nostro concetto di coerenza e di non contraddittorietà.

Da una parte, per quanto riguarda il rapporto che ognuno di noi istaura con l'arte, e con la musica in modo particolare, i latini avevano certamente ragione: se Salvini dice di adorare De André non c'è molto da obiettare, anzi, da grande amante di De André direi proprio “sono contento per lui”. E in ogni caso, anche se la cosa mi desse fastidio, sarebbe certamente più facile dimostrare che c'è un cheeseburger che gravita intorno alla Terra alla velocità della luce tra noi e la Luna, piuttosto che dimostrare la veridicità di una preferenza estetica come quella esternata Salvini.

La parte più interessante è senz'altro quell'altra, quella che ci può dare degli spunti interessanti per analizzare il modo in cui Salvini porta avanti la sua battaglia politica, quella della Lega, il cui programma oltre a portare avanti le più classiche delle idee conservatrici: la sicurezza, l'autorità, le frontiere. In altre parole dio, patria e famiglia.

Ci sono infatti due modi di analizzare l'affetto che lega il leader leghista al cantante anarchico genovese. Il primo è quello che abbiamo letto in decine di post scritti su Facebook con furia e indignazione da molti dei fan del genovese e sostanzialmente, e consiste nel dare per certo che Matteo Salvini stia mentendo quando dice di amare De André. In questo caso, la prova della menzogna sarebbe evidente per il fatto che il programma della Lega e le uscite reazionarie di Salvini procedono effettivamente in direzione ostinata e contraria rispetto all'umanesimo libertario di De Andrè.

Ma forse c'è anche un altro modo di leggere questo strano rapporto e non è mettere in discussione l'onestà di Salvini quando parla del suo affetto per De André, ma, al contrario, metterlo in discussione quando sventola odio e discriminazione per attizzare i suoi potenziali elettori. Da questo punto di vista, in effetti, le cose tornano molto di più, soprattutto se si guarda qualche metro più in là del Salvini di questi mesi, sempre più allineato al nazionalismo post fascista e sempre più xenofobo nello stigmatizzare l'immigrazione come causa di tutti i mali..

Se si scava un filo più in profondità nella vita politica di Salvini, infatti, si scopre che quella passione di De André è tutt'altro che contraddittoria con il leader leghista, e che invece, probabilmente, è proprio l'ultima svolta nazionalista e identitaria che è in contrasto con quello che Salvini ha sempre pensato. Non è un segreto per nessuno, infatti, che Salvini da ragazzo sia stato un gran frequentatore dei centri sociali, in primis del Leoncavallo di Milano. Esattamente come non è un segreto che Salvini facesse parte, sempre da ragazzo, della frangia “comunista” dei giovani padani, tanto che lui stesso, anni dopo, si è definito lui stesso “ molto più di sinistra di Renzi”, aggiungendo anche di trovare nelle idee portate avanti da Marine Le Pen e dalla destra sociale europea molti più valori di sinistra che nei partiti che si dichiarano veramente di sinistra, leggi il PD.

Di sicuro qualche aspetto di ragione c'è in quella frase, sia perché la destra sociale e la sinistra sociale condividono alcune battaglie — contro il capitalismo, per esempio, o a favore delle comunità contro la globalizzazione — sia perché il centro sinistra italiano è da molto tempo lontano anni luce dai valori di sinistra.

A mio avviso queste esternazioni rappresentano una provocazione sottile tipica dell’alt right, un’invazione di campo nell’immaginario sociale dell’avversario in perenne crisi d’identità.

Per andare oltre la polemica la domanda che dovremmo porci è: Perché ci incazziamo quando Salvini ostenta De André? È ovvio, perché lui politicamente sta facendo tutt’altro, e perché non si deve permettere di toccare il nostro punto di riferimento. Purtroppo temo che la sua strategia di invasione di campo faccia male perché inquina anche l’unica cosa che ci resta, ovvero il glorioso passato.

Non c’è bisogno di scomodare filologi, anche un bambino nota la contraddizione tra le canzoni di De André e le parole/politiche di Salvini. Eppure non credo basti per sentirsi vincitori semplicemente far notare le incongruenze, prendendolo in giro sul fatto che non ha capito l’artista che ascolta.
Considerarlo così stupido mi sembra un errore troppo grossolano.



Nella sua ostentazione dei gusti quotidiani, non vi sembra che l’obiettivo in questo caso sia proprio, penetrare nella nostra memoria per farci incazzare?!

Suscitare una risposta, creare discussione virale intorno alla sua persona è già un “risultato politico”. Non può essere certamente un caso che provochi quotidianamente i suoi avversari, vuole far ruotare la rappresentazione politica attorno alla sua figura. Così però stiamo giocando al suo gioco, mi pare.

Forse potremmo usare la sua provocazione per riflettere su una caratteristica evidente di questa società: in una fase di profonda crisi d’appartenenza politica, viene meno la solida/rigida ripartizione degli immaginari sociali su una scala destra-sinistra. Dobbiamo convincerci che non esiste più una contrapposizione netta di consumi/comportamenti tra dx e sx. Su questa crisi si è inserita l’alt right egemonizzando con i suoi temi gli strati più bassi della società (in un contesto in cui al basso reddito corrisponde troppo spesso una bassa istruzione). Il leader di una forza della nuova destra rivendica apertamente un “consumo extra”, invade il campo degli avversari, come d’altronde sta facendo da anni prendendo voti dai poveri e dalle periferie.

E purtroppo attaccare frontalmente e personalmente Salvini su ogni cosa che fa oggi significa attaccare personalmente tutte le persone che vi si identificano, significa dire loro che non capiscono nulla, che lo votano perché non hanno studiato. Un giudizio dall’alto verso il basso che le allontana da chi lo esprime e le condanna così alla subalternità perenne.

Dovremmo invece avere la capacità di insinuarci in maniera diversa nelle contraddizioni dell’avversario, partendo da un presupposto. I leader vincenti di quest’epoca sono sempre più malleabili e inafferrabili. Le loro incoerenze contano sempre meno perché vasti strati sociali associano a questi la risposta al bisogno di protezione e la ritrovano solo in certe parole, in certe rivendicazioni, in certi capri espiatori. Se non troviamo la maniera di capire bene questo bisogno, rispondendo in maniera completamente diversa a quanto fa il Salvini di turno, non ci libereremo mai di questi personaggi e soprattutto delle loro pessime politiche.

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