venerdì 8 febbraio 2019

E' in corso un iter legislativo che conduce pericolosamente quanto silenziosamente verso la regionalizzazione di servizi essenziali, in primis l’istruzione. Il rischio concreto è quello di costruire una sistema scolastico regionale e quindi di creare inaccettabili differenze all’interno del sistema scolastico nazionale. 



Come sembra già dimostrare la primissima fase applicativa che ha visto un alto tasso di conflittualità giudiziale innanzi la Corte costituzionale ,e ancora di più, se dovesse essere approvato il DDL sull’autonomia del Veneto e delle altre regioni settentrionali (la Lombardia in primis, ma si accoderebbero anche il Piemonte e l’Emilia-Romagna). Un’Italia federale segnerebbe la fine dello Stato nazionale italiano così come era stato conquistato da Cavour, Mazzini e Garibaldi e così come disegnato dalla nostra Costituzione del 1946.Ci si richiama per il modello federale a Cattaneo e alla sua proposta di riforma liberale dello Stato sul modello degli Stati Uniti e della Svizzera. La legislazione e la amministrazione dei tipici servizi sociali (la istruzione, la cura della salute, i trasporti) fanno capo ai soli governi periferici quando non sono di regola demandati all’iniziativa di comunità locali o, spesso, di organizzazioni private o ecclesiastiche. Il governo centrale non ha il potere di imporre una imposta diretta sui redditi, che serva a ridistribuire in qualche modo la ricchezza per avvicinare le posizioni economiche di tutti i cittadini dell’unione.

Ma il problema storico dell’Italia e della sua debolezza è che è stato sempre divisa in piccoli stati, nonostante avesse una cultura e lingua comune. “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!” già declamava il nostro sommo poeta Dante Alighieri nel secolo XIII. Si dovevano perciò unire i piccoli staterelli italiani e formare un popolo, non unire debolezze a debolezze.

Cattaneo lo si può citare anche come precursore, insieme a Mazzini, dell’idea degli Stati Uniti d’Europa che sarà ripresa da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel manifesto di Ventotene del 1941 il cui sogno, realizzato parzialmente (l’Unione Europea che è più una confederazione di stati che una federazione) ha consentito agli stati europei di vivere in pace per più di 70 anni dopo che si erano combattuti a vicenda nella prima e seconda guerra mondiale, con milioni di morti.

La disgregazione dell’Europa Unita voluta dai movimenti neo-nazionalisti detti anche “populisti” ci riporterebbe indietro nella storia, così come la proposta 
autonomistica della Lega.

Altra cosa è l’autonomia scolastica. Intendiamoci: una cosa è il decentramento che mantiene un’unità nazionale nei programmi (indicazioni nazionali) e nelle retribuzioni professionali; altra cosa è avere tante scuole regionali differenti nella programmazione e nello status professionale.



Osserviamo in primo luogo che questi progetti hanno lo scopo prioritario di mantenere il gettito fiscale all’interno delle regioni del Nord in assoluta violazione del principio di redistribuzione, che trova fondamento nella Costituzione ed è alla base dell’unità nazionale. Tanto più in un paese dove tanto peso ha avuto la migrazione interna della forza lavoro. La ricchezza del Nord è stata costruita soprattutto dai lavoratori emigrati dal Sud. Questo vale ancor di più per la scuola, dove ormai da anni il problema della carenza di insegnanti genera difficoltà sempre maggiori per l’avvio dell’anno scolastico. Difficoltà il cui superamento è spesso legato alla disponibilità (e all’obbligo) dei docenti del Sud a trasferirsi al Nord per poter lavorare, visto che la mancata stabilizzazione degli organici nelle regioni del Meridione non consente trasferimenti ed assunzioni. La regionalizzazione della scuola, con il passaggio del personale neoassunto in capo alla Regione, creerà a nostro avviso un sistema in cui i trasferimenti dei docenti diventerebbero impossibili, creando ulteriori difficoltà e sofferenze, dopo quelle provocate dal famigerato algoritmo della L.107. D’altra parte i continui disinvestimenti e tagli, che paiono essere confermati da ogni governo, non potranno che portare a un aumento dei flussi migratori dal Sud al Nord del paese.

Ci sembra peraltro una promessa priva di fondamento lo sventolato aumento stipendiale, non solo perché da sempre i lavoratori della formazione regionale sono pagati meno di quelli statali, ma anche perché crediamo che nella modifica/rinnovo dei contratti si inseriranno clausole che favoriranno la precarietà, la licenziabilità e la ricattabilità dei neoassuti da parte dei capi di istituto. Lo affermiamo alla luce delle politiche portate avanti dal governo centrale e dalle regioni in questi ultimi 30 anni almeno. E non è possibile dimenticare che i vincoli di bilancio imposti allo Stato italiano dalle scellerate politiche di austerità europea, sono tali anche per le amministrazioni locali, perchè dunque dovrebbero esserci a disposizione più soldi per i docenti regionali?


Nella proposta autonomistica della Lega si rischia di sostituire al centralismo nazionale un “centralismo regionale” a scapito dell’autonomia scolastica che pur si era affermata.

I provvedimenti che aboliscono la chiamata diretta da parte dei dirigenti scolastici e gli ambiti territoriali a favore di un potenziamento degli uffici scolastici provinciali ricostituisce di fatto un centralismo: se nazionale o regionale si vedrà. Nell’ultima ipotesi, ci potrebbero essere regioni che negano la frequenza scolastica ai figli di immigrati irregolari che dalla legislazione nazionale è garantita, così come qualche comune con sindaco leghista ha tentato di vietare la mensa ai bambini extracomunitari con richieste burocratiche di ulteriore documenti. Stiamo parlando del comune di Lodi che aveva cambiato il regolamento di accesso alle agevolazioni per le mense scolastiche chiedendo alle famiglie straniere di fornire documenti originali e traduzioni dai paesi di origine, circostanza che escludeva di fatto molti bambini stranieri dalle tariffe agevolate. Il tribunale di Milano ha stabilito che anche i cittadini non appartenenti all’Unione europea devono poter presentare la domanda per accedere alle prestazioni sociali con il modello Isee alle stesse condizioni dei cittadini dell’Unione europea; e con un’ordinanza ha chiesto al Comune di Lodi di modificare il regolamento.

E’ un esempio di quello che potrebbe accadere con legislazioni regionali differenziate. Per fortuna c’è la Costituzione del 1948 a difenderci da queste aberrazioni, a meno che non venga anch’essa modificata.

Già con il governo Monti (2011-2013) si è cercato di rivedere la riforma 3/2011, a causa dei crescenti conflitti dinnanzi alla Corte costituzionale. Si è proposto di integrare il primo comma dell’art. 117 in questo modo: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”, con la precisazione: “Il legislatore statale adotta gli atti necessari ad assicurare la garanzia dei diritti costituzionali e la tutela dell’unità giuridica od economica della Repubblica” .

Nel caso di conflitti tra stato e regioni, si stabiliva quindi la supremazia dello Stato. La nuova formulazione dell’art. 117, comma 3, disporrebbe che “nelle materie di legislazione concorrente le Regioni esercitano la potestà legislativa nel rispetto della legislazione dello Stato, alla quale spetta di disciplinare i profili funzionali all’unità giuridica ed economica della Repubblica stabilendo, se necessario, un termine non inferiore a centoventi giorni per l’adeguamento della legislazione regionale”.

Inoltre, l’art. 127, comma 1, nella proposta di riformulazione, ammetterebbe la possibilità di impugnazione governativa anche in seguito all’ “inutile decorso del termine fissato ai sensi dell’ultimo periodo del terzo comma dell’articolo 117”.

Per qualcuno era una controriforma del Titolo V, ma si trattava di inserire nel campo della legislazione esclusiva dello Stato alcune materie che erano precedentemente considerate della legislazione concorrente: il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la disciplina dell’istruzione, il commercio con l’estero, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia.

Il successivo governo Renzi ha ripreso il disegno di legge Monti riproponendolo nella proposta di riforma costituzionale detta anche “riforma Boschi”. La riforma, nata con un disegno di legge presentato dal Governo Renzi l’8 aprile 2014, si prefiggeva «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione». Il testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento italiano il 12 aprile 2016 è stato bocciato dal referendum popolare confermativo il 4 dicembre 2016. Così è rimasto il problema della conflittualità stato-regioni e la possibilità di attribuire alle regioni le materie spettanti allo stato fino al limite estremo del federalismo, con le conseguenze che abbiamo descritto. Sono visioni legittime entrambe: la supremazia statale con alcune funzioni decentrate ; la decentralizzazione delle funzioni statali a livello regionale creando di fatto uno stato federale. Occorre capire di cosa ci sia bisogno nella dialettica stato-regioni riconosciuta dalla nostra stessa Costituzione.

Non possiamo dimenticare inoltre che il settore più regionalizzato del welfare, la sanità, è peggiorata in tutte le regioni, anche lì dove rappresentava un’eccellenza, come in Lombardia, con liste di attese interminabili nel pubblico, a favore dei privati, dei sistemi di welfare aziendali e delle assicurazioni. Questo anche perché regionalizzazione ha significato privatizzazione, ovvero messa a profitto della salute. Siamo sicuri di volere che anche l’istruzione sia messa a profitto?

Inoltre legare la distribuzione dei fondi statali a “fabbisogni standard” definiti in base al gettito fiscale di ogni regione, quindi in funzione della ricchezza dei cittadini di una certa zona geografica, è un pericolo rispetto agli organici, alla mobilità, ma anche rispetto al servizio erogato. La mobilità diverrebbe il frutto di eventuali accordi tra regione e regione o tra Stato e regione, in alcune regioni una parte dello stipendio degli insegnanti dipenderebbe dai contratti di secondo livello, da incentivi e da premi che farebbero lievitare gli oneri fiscali per i contribuenti, l’ente regionale diventerebbe il datore di lavoro dei nuovi docenti a fronte di altri lavoratori nelle medesime scuole che rimarrebbero dipendenti statali, con la presenza di differenti categorie che fanno lo stesso lavoro.

Contrastata và in tutti i modi l’istituzione di un sistema discriminatorio, che produrrebbe ulteriori disuguaglianze tra le regioni italiane e renderebbe la scuola pubblica sempre più asservita alle esigenze del sistema produttivo dei diversi territori.

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