venerdì 26 aprile 2019

A seguito dell’incendio che ha distrutto una parte della cattedrale di Notre-Dame, ho visto che si è aperta una discussione sull’opportunità di spendere una cifra considerevole – immagino molto considerevole – per ricostruire le parti di quel monumento andate a fuoco. O meglio su come tutti quei soldi potrebbero essere spesi in maniera migliore, ad esempio per aiutare chi in Africa e in Asia rischia quotidianamente la morte per fame e per sete. La variante è quella di chi, pur riconoscendo la necessità di restaurare la cattedrale francese, si indigna perché per altri scopi – vedasi sempre le crisi umanitarie in giro per il pianeta – non scatta la stessa mobilitazione solidale: è più semplice salvare un mucchio di pietre che un uomo. In sostanza questa è la domanda che gira per la rete in questi giorni: è meglio spendere i soldi per aiutare i “miserabili” o per restaurare Notre-Dame?

Naturalmente la domanda è stupida, come ogni domanda a cui non può essere data risposta – e che non merita risposta – ma il fatto che venga posta, che questo tema cresca nell’opinione generale, diventando qualcosa di cui discutere, spesso animatamente, credo che ci debba far riflettere. Questa domanda, nella sua assurda dicotomia, è la spia di un modo di pensare di cui probabilmente anche noi siamo vittime, più o meno consapevoli. Ma da cui dovremmo imparare a difenderci.
Intanto c’è un generale clima di sfiducia verso gli altri che diventa una forma di egoismo. Nel momento in cui una forza politica italiana ha proposto di impegnare delle risorse pubbliche del nostro paese per partecipare alla ricostruzione di Notre-Dame, la prima reazione che ho letto è stata: ma i francesi cosa cazzo hanno mai fatto per noi? Io sono culturalmente agli antipodi di quella forza politica e penso che questa proposta sia strumentale all’immagine che essa si vuole dare, ossia di difensore dell’identità cristiana contro l’invasione musulmana e la secolarizzazione di cui noi atei saremmo gli alfieri: se ci fosse da restaurare la Tour Eiffel ovviamente loro sarebbero i primi a dire di non sborsare un euro per i “mangiarane”. Invece io credo sarebbe giusto che ogni paese europeo stanziasse una cifra per ricostruire la cattedrale di Notre-Dame, perché – indipendente da quello che ciascuno di noi crede o non crede – quella chiesa è uno dei simboli della cultura occidentale, almeno quanto il Partenone o il Colosseo, è qualcosa che non appartiene più a un paese o a una città – anche se ne sono i simboli – ma appartiene all’umanità, e quindi tutti dobbiamo farcene carico. Immagino invece che quella proposta rimarrà una boutade da campagna elettorale.
Il vero problema di chi si pone questa domanda – se sia meglio aiutare i poveri piuttosto che ricostruire una chiesa – è che alla fin fine non è disponibile a fare né l’una né l’altra cosa. Per lo più non tirano fuori un soldo dicendo che non si fidano, che non sanno dove finiranno i loro denari: una scusa sempre pronta e ormai generalmente e ipocritamente accettata. Ma la vera questione è un’altra: sono gli stessi che quando si pone il tema di come aiutare gli altri, discutono su chi devono essere questi “altri”. Perché dobbiamo aiutare gli africani, quando in Italia ci sono tanti poveri? Perché dobbiamo aiutare quelli delle regioni del Meridione, quando nell’Italia settentrionale ci sono dei poveri? E così via, fino al cuore della questione: perché dovrei aiutare gli altri, quando posso “aiutare” me stesso? La Lega vince non perché abbia un grande leader o perché gli italiani credano nelle autonomie regionali, ma perché la maggioranza degli italiani – e credo che si possa dire lo stesso per tutti i paesi occidentali – ragiona in questo modo. America first alla fine è solo un modo per dire I first, come prima gli italiani vuol dire soltanto prima io. Cinquant’anni dopo il Sessantotto, al potere non c’è più la fantasia, ma solo l’egoismo.
Il corollario di questo assunto è che non ci sono abbastanza risorse: quante volte ce lo siamo sentiti ripetere in questi trent’anni. Bisogna fare delle scelte, bisogna fare dei sacrifici, bisogna accettare il male minore, perché la coperta è troppo corta. Per trent’anni la sinistra ha governato facendo suo questo assunto – noi abbiamo governato tagliando, riducendo i servizi, scegliendo questo a discapito di quello, perché non ci sono le risorse. Balle. Le risorse ci sono, solo che bisogna andarsele a prendere, bisogna toglierle ai ricchi – e non aspettare che loro ci concedano i loro soldi, come sta avvenendo con la ricostruzione di Notre-Dame. I soldi sono lì, tutti lì, per fare tutto, per ricostruire Notre-Dame e per liberare i poveri dal bisogno. Ovviamente i ricchi non sono disposti a darci i loro soldi, per questo glieli dobbiamo strappare di mano, e soprattutto non vogliono darli per combattere la povertà, perché i ricchi sono ricchi, così vergognosamente ricchi, proprio perché sfruttano i poveri. I ricchi hanno bisogno che ci siano i poveri, quindi non aspettatevi che facciano qualcosa per aiutarli, piuttosto riparano il tetto di una chiesa.
Non facciamoci allora imprigionare da una discussione sterile: Notre-Dame va ricostruita perché è un simbolo della nostra storia e della nostra cultura, non perché siamo francesi o cattolici, ma perché siamo donne e uomini. Gli sfruttati del pianeta vanno aiutati esattamente per lo stesso motivo: perché siamo donne e uomini, indipendentemente da dove ciascuno di noi sia nato. Io voglio che sia ricostruita Notre-Dame proprio perché sono comunista, ossia per lo stesso motivo per cui penso che il senso della nostra vita sia lottare contro lo sfruttamento e per la liberazione sociale delle donne e degli uomini di tutto il mondo.

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