mercoledì 21 agosto 2019

Per secoli, in Europa, la condizione di povertà è stata considerata una virtù; “poveri” era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, si potrebbe forse perfino sperare nel recupero di quella virtù.Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano essi governi o corporation. La Banca Mondiale progettò programmi neoliberisti che ‘individualizzarono’ i poveri, frammentandone le comunità e le aggregazioni per spingerli al consumo. Vennero adottati con entusiasmo dai governi progressisti  e conservatori ma mai agirono contro i ricchi né contro la struttura della disuguaglianza. Le guerre istituzionali contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di ciò che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, sono conseguenze inevitabili di un regime ingiusto e devastante. 

Prima i poveri Dovrebbe essere lo slogan più del nuovo governo. Rispecchia una posizione etica e politica molto apprezzata e riconosciuta, valida specialmente in circostanze come quelle attuali.

La povertà si presenta come una condizione che esiste realmente. Vi sono istituzioni che la misurano, accademici che dedicano la loro vita a studiarla e governi e istituzioni che si prefiggono di porvi termine, o almeno di ridurla. Viene associata a una serie di carenze: si definiscono poveri coloro a cui mancano certi beni o servizi.

La povertà, pertanto, è un puro confronto soggettivo che squalifica coloro che vivono al di sotto di un livello di vita definito arbitrariamente.

Per un certo tempo si è impiegato il livello delle entrate come modello:erano povere quelle persone e quelle nazioni  che non possedevano quello che veniva considerato il minimo accettabile. Il livello di riferimento è andato cambiando e oggi è collegato a un pacchetto di beni e servizi che si presume definisca la condizione minima di un cittadino normale. Chi non ha accesso ad essi verrà considerato povero.

Con le guerre contro la povertà, i governi hanno cercato di attenuare l’instabilità sociale e consolidare lo sviluppo capitalista.

Le guerre contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di quello che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano molte e molti, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, come molte altre situazioni insopportabili della nostra società, non sono castighi divini o disgrazie accidentali. Sono conseguenze inevitabili di un regime economico-politico ingiusto e devastante.

La guerra deve essere condotta contro queste cose, non contro le vittime. Si deve inoltre combattere la complicità di coloro che si trovano sopra il livello di povertà e adottano un modello consumista insensato e di rapina, in cui si vogliono inserire anche i poveri.

Può avere un qualche senso trasformare alcuni miserabili in poveri; la loro situazione disperata non può continuare fino a quando si realizzino le trasformazioni necessarie. Però solo se fare questo è parte di una guerra contro il regime che genera tutti questi problemi, con piena coscienza delle sue deleterie implicazioni ecologiche e sociali.

Il governo tuttavia deve correggere l’atroce dispositivo che ha ereditato e ha ampliato, perché stabilizza in forma individualizzata e dipendente una condizione umiliante e intollerabile che acuisce le disuguaglianze e le ingiustizie. Non può e non vuole schierarsi contro il capitalismo, come molti di noi vorrebbero. Però potrebbe almeno ascoltare la gente che gli sta urlando che non vuole  i suoi megaprogetti sviluppisti e che esige servizi pubblici migliori e aiuti, a livello di comunità e aggregazioni sociali, che tutelino la sussistenza autonoma.  L’eliminazione di appoggi clientelari e corrotti quali le intermediazioni manipolatrici non deve cancellare la relazione con soggetti collettivi reali.


Vi è saggezza e compassione nella ricchezza del linguaggio popolare che descrive la situazione di persone che si trovano di fronte a difficoltà particolari.

Nella lingua persiana, più di 30 parole definiscono coloro che oggi si trovano nella categoria oscurata dei poveri.

Per secoli, in Europa, essere poveri era una virtù; era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Forse, di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, la principale speranza è il recupero di questa virtù.

Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare radicalmente al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano governi o corporation.

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