venerdì 23 agosto 2019

Se in Italia esistesse il partito unico favorevole all’aumento degli stipendi e delle pensioni saremmo già avanti nella discussione su cosa fare per restituire dignità e forza al potere di acquisto rilanciando al contempo i consumi.
La dinamica salariale in Italia è in fase recessiva da anni. abbiamo impiegato 10 e passa anni solo per tornare ai livelli del 2008, i contratti nazionali sono siglati secondo calcoli costruiti ad arte, insieme alla UE, per contenere gli aumenti introducendo meccanismi divisori che dal pubblico impiego si stanno allargando al privato.
Gli analisti politici poi fanno finta di ignorare la futura dinamica previdenziale con pensioni, calcolate con il contributivo, che determineranno assegni da fame corrispondenti, in media, al 65 per centro dell’ultimo stipendio.
Se consideriamo come innumerevoli servizi del welfare siano ormai a pagamento immaginiamoci pensionati con assegni miseri costretti a lavorare oltre i 70 anni, magari al nero e in condizioni precarie da rappresentare un ulteriore costo per la società.
La contrattazione di secondo livello avviene ormai con la politica dei bonus, lo scambio diseguale tra salario e servizi, uno scambio conveniente solo al datore di lavoro che alla fine risparmia anche sulle tasse.
Al centro del dibattito non si trovano gli interessi reali della forza lavoro,  commentando come nella cronaca siano cadute nel dimenticatoio le vertenze aperte e gli oltre 300 mila posti di lavoro a rischio.
Questa semplice constatazione dovrebbe essere al centro della analisi e delle iniziative sindacali (perchè no, anche sotto gli ombrelloni), se si tratta di restituire potere di acquisto a salari e pensioni non ci sarebbe da guardare alle differenze (lo diciamo per esempio al sindacalismo di base ) ma piuttosto provare a redigere una piattaforma rivendicativa minima, accompagnata da azioni reali che non siano i soliti scioperi rituali denominati generali, scioperi che generali poi non sono e vengono convocati su piattaforme generiche e ripetitive cosi’ massimaliste da sembrare la discussione sul sesso degli angeli. Poi, nella paralisi generale, anche gli scioperi rituali diventano occasioni da non perdere, tuttavia sarebbe tempo di rivederne modalità di indizione , contenuti delle piattaforme e percorsi di avvicinamento e magari prendere atto che gli scioperi non servono se vanno ad occultare la nostra incapacità di iniziativa nei luoghi di lavoro e nella società. Uno sciopero con la crisi di Governo e senza una azione sui contenuti della crisi ha quindi senso?
Questa crisi dovrebbe rappresentare un elemento di contraddizione per tutti, con la locomotiva tedesca che sta perdendo colpi e si porta dietro anche quella italiana, con il programma minimo del potere politico che ha già individuato nella riforma del sistema elettorale la via di uscita anche per restituirsi una credibilità perduta negli ultimi mesi.
Ma invece di raccogliere la parola d’ordine dell’aumento di salari e pensioni viene assunto il punto di vista di Confindustria favorevole al taglio del cuneo fiscale facendo dipendere dalla riduzione delle tasse per le imprese la ripresa dell’economia e indirettamente anche dei consumi.
Uno schema ormai obsoleto, sono anni che l’impresa italiana riceve aiuti diretti ed indiretti da parte statale, aiuti di pace sociale dai sindacati cosiddetti rappresentativi, eppure gli anni sono trascorsi senza innovare e i limiti del modello produttivo italico non sono stati affrontati e risolti.
Ancora aiuti all’impresa allora? E le tasse in meno che i padroni pagheranno, magari con minori introiti per lo Stato e per l’Inps, come saranno spesi?

O invece il taglio del cuneo ridurrà i contributi per la Naspi, la disoccupazione in agricoltura andando a ridurre gli ammortizzatori sociali che già sono stati ridotti dal Governo Renzi e oggi risultano inadeguati e insufficienti per fronteggiare la crisi?

E i soldi risparmiati dai padroni serviranno a delocalizzare produzioni, accrescere utili e dividendi per gli azionisti allargando sempre piu’ la forbice salariale e sociale tra le classi?
Dopo un anno di discussione sulla messa in sicurezza di strade, ponti e territori , la sola scelta realizzata è stata quella di favorire, in ambito Governativo, la Tav, con il Mov 5 Stelle abbarbicato alle poltrone del Parlamento (ma non dovevano essere gli anti casta?) e a subire quella decisione, sostenuta anche dal Pd e dai sindacati è bene ricordarlo, che viene giudicata una grande e insopprimibile priorità per il paese.
In questi scenari, IN Un periodo che deciderà se andare a nuove elezioni oppure no, le priorità dei lavoratori e delle lavoratrici sono ancora una volta calpestate non solo dai partiti ma dai sindacati, non una parola è stata del resto spesa per leggere criticamente la crisi e aprire una discussione seria nei luoghi di lavoro. Miopia, paura, rassegnazione e autoreferenzialità, oppure l’idea che sia inutile entrare nel merito delle questioni? Se cosi’ fosse dubitiamo fortemente che a ferie trascorse e a crisi conclusa sia credibile una iniziativa sindacale. Se la politica e il sindacato si riducono a riti, come potremo chiedere aiuto a quelle classi lavoratrici alle quali abbiamo girato le spalle dandole in pasto alle fake news?

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