sabato 21 settembre 2019

Frequentare la scuola o anche l’università specialmente nelle facoltà umanistiche, significa subire un bombardamento ideologico senza precedenti, che mira a cancellare e revisionare la storia del movimento operaio, recidendo i legami fra questa storia e le nuove generazioni, che oggi godono sempre di meno dei diritti conquistati proprio dalla lotta di questo movimento. Con questo spirito e Nel silenzio generale, l'UE ha approvato una mozione votata anche dal PD (insieme alla Lega) di una falsità storica inaudita e pericolosa.


Oggi il movimento operaio e comunista, dopo la sconfitta storica degli eventi del 1989-91, viene criminalizzato dall’ideologia del sistema che si è autoproclamato vincitore nonostante la sua crisi profonda. Una enorme falsificazione della storia, in cui le vittime diventano i carnefici e chi ha combattuto per il progresso e la democrazia diventa il nemico da demonizzare, mentre si pretende di raccontare alla gioventù, che oggi vede negato il proprio diritto a un futuro stabile e dignitoso, che il mondo di oggi è l’unico possibile. Riacquistare la capacità di analizzare in modo critico la realtà presente e passata, smascherando il contenuto di classe e la natura tutta ideologica di ciò che oggi si vuole far passare per neutralità oggettiva, è il primo passo per tornare a vincere.

Anche il Giorno della Memoria del 27 gennaio è travisato e deformata. In simili giornate, si dice, bisognerebbe commemorare in silenzio, astenersi dallo scontro fra opinioni e visioni politiche evitando di sollevare discussioni che si è liberi di sollevare in altri momenti. Il problema di questo luogo comune, però, sta esattamente nella percezione falsata di ciò che è polemica e ciò che non lo è. Come spesso accade, una polemica ripetuta per anni finisce per presentarsi ai nostri occhi con una sorta di pretesa di neutralità, perdendo progressivamente il suo carattere originario fino ad essere pienamente assimilata nel senso comune. Questo è esattamente ciò che accade a questa giornata, in cui da qualche tempo alla manipolazione della verità storica (in tv è facile sentire che Auschwitz è stata liberata non dall’Armata Rossa, ma da generiche “truppe alleate”) si accompagna la litania di chi ci tiene a precisare “per onestà intellettuale” che il socialismo non è stato poi così diverso dal nazifascismo, che alla memoria di Auschwitz andrebbe affiancata la memoria delle “vittime del comunismo”, ecc. Una operazione ideologica tutt’altro che neutrale, che ha radici profonde e sulla quale è necessario fare chiarezza.  Nel paragrafo seguente farò delle considerazioni sul Giorno della Memoria, per affrontare più avanti in maniera più ampia e generalizzata la questione della sussunzione del socialismo reale e del nazismo nella comune categoria del “totalitarismo”.


Ecco qualche motivo per cui è antistorico e falso:

 L’assurda equiparazione fra nazismo e comunismo: il “totalitarismo”.

Questa equiparazione, da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare, resta priva di qualunque legame con la realtà. Lo stesso concetto di “totalitarismo”, come categoria che dovrebbe racchiudere al suo interno il nazismo e il socialismo reale, contrapposti alla “democrazia”, è un concetto del tutto ideologico, per quanto il fior fiore degli ideologi borghesi si sia sforzato di infiocchettarlo con opere monumentali tese a dimostrare l’equivalenza fra i due sistemi e a dare pretesa di oggettività a uno dei più grandi non-concetti del nostro tempo.

Il concetto di totalitarismo nasce in piena Guerra Fredda in ambienti filosofici (Hannah Arendt) e politologici (Friedrich e Brzezinski) del blocco occidentale, con il chiaro intento di equiparare l’URSS al Terzo Reich. In particolare l’opera di Friedrich e Brzezinski, che ha sistematizzato con pretese di scientificità una definizione di totalitarismo (che la Arendt riassumeva nella formulazione confusa del “terrore” come essenza del totalitarismo), se letta con occhio critico dimostra con assoluta evidenza come il reale bersaglio fosse l’Unione Sovietica. I due autori citano, fra gli elementi che dovrebbero caratterizzare il totalitarismo, la presenza di una “ideologia totalizzante” e del controllo pianificato e centralizzato dell’economia, entrambi elementi di cui il Terzo Reich fu sostanzialmente privo (essendo la sua economia saldamente controllata dai grandi monopoli industriali e dal grande capitale, e la sua ideologia strettamente legata al Mein Kampf e priva di una propria coerenza sistemica se confrontata con il marxismo). Il concetto di totalitarismo, lungi dall’essere oggettivo e neutrale, fu al contrario un’espressione sul piano ideologico e culturale dello scontro mondiale fra capitalismo e socialismo del secondo dopoguerra, e sembra spesso essere stato creato su misura per l’URSS più che per il Terzo Reich. Una felice formulazione di Domenico Losurdo contestualizza bene la genesi del concetto di “totalitarismo”: «Con lo scoppio della Guerra Fredda, ognuno dei due antagonisti si impegna a bollare nell’altro l’erede del Terzo Reich poco prima congiuntamente abbattuto […] mentre il filosofo comunista, facendo leva sulla categoria di imperialismo, accosta Truman e Hitler, sul versante opposto si fa ricorso alla categoria di totalitarismo, per sussumere sotto di essa Germania nazista e Unione Sovietica»[4].

A riprova di quanto questo concetto sia intrinsecamente strumentale e tutt’altro neutrale, basti pensare che Zbigniew Brzezinski, co-autore della principale opera che ha sistematizzato questa categoria, è stato Consigliere per la Sicurezza Nazionale negli USA durante la presidenza di Jimmy Carter, fautore del sostegno al regime cambogiano di Pol Pot in funzione antisovietica, sostenitore dei mujaheddin (jihadisti) in Afghanistan contro il governo filo-sovietico del Partito Democratico del Popolo Afghano, nonché teorizzatore nel 1997 dello smembramento della Russia post-sovietica[5]. Basterebbe questo per dubitare legittimamente delle presunte “oggettività” e “neutralità” del concetto di regime totalitario.

A distanza di decenni, la categoria del totalitarismo appare ancor più infondata storicamente. Una lettura che sussuma due sistemi radicalmente opposti sotto la stessa categoria, ignorando i rapporti di forza fra le classi sociali, ignorando cioè la natura di classe dei due sistemi, non può avere nessuna pretesa di scientificità. Non pochi storceranno il naso dinanzi a questa affermazione. La verità è che l’ideologia borghese, e ancor più il mondo accademico borghese, è disposto ad accettare un’analisi di classe soltanto finché questa conviene, cioè finché questa analisi si presta alla conservazione dei rapporti di classe esistenti, senza metterli in discussione. Nei corsi di diritto pubblico o di diritto costituzionale, ad esempio, si fa cenno ad uno “Stato liberale” Ottocentesco, definito “monoclasse” in quanto appannaggio della sola classe borghese, che lascia il posto a uno “Stato democratico sociale e pluralista”, espressione di tutte le classi sociali (o almeno questo si afferma). Sempre secondo questa visione accademica, oggi accettata come neutrale e oggettiva, in alcuni Stati la crisi dello stato liberale non ha portato subito all’evoluzione nella fantomatica democrazia “pluralista”, ma ad una parentesi intermedia in cui la democrazia “liberale” è regredita temporaneamente a uno stadio dittatoriale autoritario/totalitario, nelle due “varianti” fascista (Italia fascista e Terzo Reich prima, Spagna e Portogallo poi) e socialista (Unione Sovietica e campo socialista).

Come per magia, nella vulgata dei “regimi non democratici” scompare ogni accenno alla differente natura di classe di questi sistemi, che pure nel caso della “democrazia” si è disposti a sostenere (in modo errato, certo), per lasciare il posto a formulazioni generiche di altro tipo relative alla conformazione istituzionali dello Stato. Ma per quanto si possa storcere il naso, il socialismo e il nazifascismo sono intrinsecamente opposti e inconciliabili proprio in virtù della loro natura di classe radicalmente opposta, ed è proprio questa la chiave più importante per smascherare la natura tutta ideologica dell’idea di “totalitarismo”.

I concetti di “democrazia” e “dittatura”.

Spesso si afferma che il socialismo reale è stato una dittatura al pari del fascismo, senza rendersi conto che i concetti di “democrazia” e “dittatura” a cui si fa riferimento sono ideologici e volatili. Scriveva Lenin che la domanda fondamentale che bisogna porsi quando si parla genericamente di democrazia è per quale classe sussista questa democrazia. Allo stesso modo, quando si parla di diritti, non si può trascurare che ogni classe sociale ha una sua propria concezione dei diritti che spettano agli uomini. Una classe che considera proprio diritto quello di sfruttare il lavoro altrui per ricavarne profitto privato, a scapito degli interessi della stragrande maggioranza della popolazione, non può che tuonare contro la “dittatura” esercitata nei paesi socialisti in cui questo “diritto” viene effettivamente negato. Se il socialismo è stato una dittatura, lo è stato in questo senso, cioè una dittatura dei lavoratori esercitata sulle vecchie classi dominanti spodestate; il fascismo fu al contrario la dittatura feroce della grande borghesia contro le classi popolari. Spesso si obietta che la democrazia cosiddetta “pluralista” è una vera democrazia poiché include nel processo decisionale tutte le classi sociali, ma si dimentica la già citata questione della democrazia protetta, o ancor più nello specifico la questione della protezione della “democrazia” dall’esterno. Si dimentica, cioè, che ogni qualvolta nella storia le istituzioni democratico-borghesi hanno fallito nel proteggere il sistema borghese dal movimento operaio, sono state rapidamente eliminate per lasciare il posto a una dittatura fascista. È noto che in Italia esisteva, nella Prima Repubblica, un vasto apparato sub-statale composto da settori dei servizi segreti, organizzazioni mafiose e neofasciste, logge massoniche e organizzazioni para-militari, pronto a intervenire in difesa della “democrazia” in caso di una vittoria elettorale del PCI, esattamente come avvenuto in Cile nel 1973. La democrazia “pluralista” è una delle forme statali in cui viene attuata la dittatura del capitale; certo è la forma in cui i rapporti di forza sono più vantaggiosi per la classe lavoratrice, e in cui il movimento operaio gode di maggiore agibilità politica, ma la natura intrinsecamente classista di questa forma di Stato non può essere ignorata.

Si potrebbe continuare a lungo con questa riflessione; la lezione più importante da tenere a mente è che la democrazia è tutt’altro che definibile in assoluto; al contrario ogni classe sociale che giunge al potere instaura una sua democrazia sulla base del sistema economico-sociale di cui è portatrice, esercitando una forma di dittatura sulle classi subalterne. Parlare di paesi “non democratici”, o di sistemi “autoritari” o “totalitari” senza fare cenno della loro natura di classe, è un’operazione tutt’altro che scientifica e oggettiva, ma al contrario tutta ideologica, che solo un pensiero accademico asservito all’ideologia dominante può considerare neutrale e oggettiva.

La questione del partito unico.

I teorici del totalitarismo fanno propria la tendenza, diffusa in politologia, di considerare più importanti gli assetti istituzionali rispetto alla realtà socio-economica di cui sono espressione, e dunque di ritenere più “scientifica” un’analisi che guardi a questi aspetti. Solo in questo modo si può affermare la convergenza fra il sistema socialista e il nazifascismo, appellandosi a quelle che sono similitudini soltanto apparenti, che si cerca di elevare a “prove” tangibili della tesi di fondo. Uno degli elementi con cui più di tutti avviene questa operazione (assieme a quella trattata nel paragrafo successivo) è sicuramente la natura monopartitica di entrambi i sistemi. Un’argomentazione suggestiva, certo, che però può essere presa sul serio e ritenuta “oggettiva” soltanto se si sceglie di non guardare alle classi sociali. Ma proprio questa scelta di partenza è in sé profondamente ideologica e tutt’altro che oggettiva.

Tutti i sistemi socialisti si affermano, storicamente, come sistemi a partito unico o comunque con un partito o una coalizione predominante. È forse questa una similitudine con il fascismo? Certo che no, e la ragione sta proprio nei motivi elencati fin’ora. Più nello specifico, il Partito Comunista nei sistemi socialisti opera come guida politica e ideologica della democrazia proletaria (o della dittatura del proletariato, che è lo stesso). È un partito che non mira a sussumere tutti i cittadini, ma ad essere il reparto d’avanguardia della classe lavoratrice. In Unione Sovietica la dittatura del proletariato era esercitata dai Soviet (cioè dalle assemblee dei lavoratori) attraverso la guida del Partito. Il Partito Comunista e i Soviet non erano coincidenti, né tantomeno erano organismi completamente separati. Esisteva al contrario un continuo rapporto dialettico: in ogni territorio il Partito Comunista cresceva e si rafforzava nei Soviet e attraverso i Soviet, conquistando l’adesione al Partito (o alla Gioventù Comunista) dei membri più avanzati e coscienti del Soviet, cioè della classe lavoratrice; al contempo, il Soviet portava avanti il suo lavoro sulla base dell’indirizzo politico fornito dal Partito Comunista, il cui ruolo guida non era imposto dall’alto, ma legittimato proprio dal fatto che esso era costituito dai membri di avanguardia dei Soviet. Nei sistemi socialisti, il Partito è lo strumento attraverso cui la classe lavoratrice forgia la nuova società, lottando contro i residui del vecchio sistema; gli organismi di rappresentanza dei lavoratori (i Soviet in URSS, gli organismi analoghi negli altri paesi) costituiscono la vera base della democrazia socialista.

Nei sistemi fascisti, al contrario, il Partito unico diventa il principale strumento di oppressione nelle mani della grande borghesia, e tende all’inquadramento totalitario dei lavoratori come misura repressiva, eliminando per i lavoratori ogni forma di libertà, di agibilità politica e di opposizione alle politiche padronali. I partiti fascisti nascono storicamente come “partiti-milizia”, formati cioè da milizie paramilitari e squadracce nate con l’obiettivo di reprimere ogni forma di lotta organizzata del movimento operaio, ed è su questa base che giungono al potere, utilizzando tutti gli strumenti forniti dal potere statale per reprimere i lavoratori, nell’interesse della grande borghesia e dei monopoli finanziari.

Vale la pena formulare, in aggiunta a questa analisi, alcune considerazioni sugli aspetti più strettamente “istituzionali” e giuridici. Il sistema sovietico, e in generale i sistemi socialisti, erano sostanzialmente legittimi dal punto di vista giuridico. Ogni paese socialista ha avuto una sua Costituzione, che definiva la natura del sistema economico e della democrazia socialista, attribuendo determinati ruoli agli organismi statali, alle rappresentanze dei lavoratori e (non in tutti i casi) al Partito Comunista. Al contempo, ogni paese socialista è nato in aperta rottura con l’ordinamento precedente. Il “paradosso” solo apparente del fascismo italiano e del nazismo tedesco, invece, fu che si trattò di regimi tanto “anticostituzionali” sul piano del diritto, quanto in sostanziale continuità con il passato dal punto di vista socio-economico. Negli Stati fascisti il Governo emanava leggi in aperta violazione della Costituzione, o che “sospendevano” diritti previsti dalla Costituzione (come le “leggi fascistissime” in Italia, o il decreto del Reichstag e il decreto dei pieni poteri in Germania) senza trovare grande opposizione; ciò finiva per rendere le Costituzioni di questi paesi solo formalmente in vigore, ma in realtà disapplicate. Il fascismo, insomma, si caratterizza come una dittatura sostanzialmente extra-legale del partito fascista, mantenuto al potere dagli apparati di potere della borghesia.

 In merito alle democrazie “pluraliste”, è un abbaglio ritenere che dal multipartitismo scaturisca una “democrazia” per la classe lavoratrice, per due principali ragioni fra loro speculari. Quando i partiti esistenti si equivalgono nell’accettazione del sistema capitalista come unico orizzonte possibile, e discutono al più delle modalità di gestione di questo sistema, può esistere sì l’alternanza al governo fra questi partiti, ma nessuna reale alternativa: si resta all’interno dello stesso recinto, ma si decide da quale lato ci si può spostare. Quando al contrario, nella rosa del pluripartitismo, sono presenti partiti comunisti di una certa rilevanza, sono gli stessi teorici borghesi che parlano di una democrazia “immatura” poiché ancora “minacciata” dalla presenza di questi partiti. Gira e rigira, il dato fondamentale che emerge è che l’interesse fondamentale non sta nella difesa di una imprecisata “democrazia”, ma piuttosto nella difesa del sistema capitalistico-borghese che in modo ideologico viene identificato con la democrazia.



6) L’universo concentrazionario: lager e gulag.

Un discorso a parte merita la questione dei campi di concentramento. Su questo aspetto più che su ogni altro è stata detta ogni falsità, fino a costruire una vera e propria mitologia dell’universo concentrazionario, a partire dalla celebre opera di Solženicyn[12]. Nazismo e comunismo, dice il pensiero unico, sono uguali perché hanno avuto i campi di concentramento. Quando si affronta questo tema, forte è la tentazione di innescare una battaglia di revisione a colpi di fonti, più o meno attendibili e fra loro contraddittorie, su tutto ciò che riguarda l’argomento e in particolare su ciò che interessa i liquidatori da bar, vale a dire il numero di morti. Il Libro nero del comunismo di Courtois non avrebbe venduto così tante copie senza la vera e propria barzelletta storica dei 100 milioni di morti, testimoniati da illustri e neutralissime fonti come il materiale di propaganda del Terzo Reich (sic!).

La tentazione di rispondere in questi termini è sempre forte, ma da evitare sia perché snaturerebbe il senso di questo articolo, sia per non fornire ai teorici degli opposti estremismi un facile (ma fuori luogo) parallelismo con i negazionisti dell’Olocausto. È più importante dimostrare la totale infondatezza di ogni equiparazione fra il lager e il gulag che miri a farne una testimonianza della natura “totalitaria” dei due regimi; infondatezza non tanto sul piano quantitativo (la famosa questione dei morti) ma qualitativo.

Chi equipara il lager al gulag dimentica due caratteristiche principali dei campi di concentramento nazisti: erano campi di sterminio, ed erano anche un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità (è indicativo che i nazisti tenessero sostanzialmente nascosta l’esistenza dei campi, e che durante l’avanzata dell’Armata Rossa si siano affannati ad evacuare i campi e soprattutto a distruggere le prove della loro esistenza e del loro utilizzo, coscienti della natura criminosa del loro operato). E, soprattutto, chi fa questa equiparazione ignora una terza caratteristica fondamentale del lager, che oggi viene nascosta ad arte dalla storiografia borghese: il campo di sterminio hitleriano non fu il punto massimo di una presunta “follia” hitleriana, ma al contrario è un fenomeno direttamente legato alla natura del nazismo come aggressione internazionale dei grandi monopoli finanziari contro l’Unione Sovietica, il paese nato dalla Rivoluzione d’Ottobre che da decenni terrorizzava i padroni di tutta Europa. Come già accennato, il nazismo sin dai suoi albori dichiara di voler spazzare via “il bolscevismo” dalla terra e ottiene per questo il sostegno della grande finanza e degli industriali. E infatti il problema del finanziamento della guerra è costante negli anni ’30, e impegna tutta l’attività del Terzo Reich. Basti pensare che il banchiere Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e Ministro dell’economia (nonché finanziatore di Hitler sin dai tardi anni ’20), viene rimosso dal suo incarico nel ’37 proprio per aver espresso parere contrario alle enormi spese militari.

Per capire il campo di sterminio bisogna comprendere l’assoluta centralità per i nazisti del problema del finanziamento della guerra. Pochi sanno che il “collaudo” del lager fu il programma “Aktion T4”, cioè lo sterminio sistematico sin dal 1933 di malati incurabili e portatori di handicap, motivato con il risparmio che ciò avrebbe comportato per le casse pubbliche. L’antisemitismo ebbe in questo contesto una doppia funzione: da una parte servì, assieme alla propaganda nazionalista, a compattare i tedeschi (padroni e lavoratori) contro il “nemico esterno”, giustificando così un maggiore sfruttamento economico della classe operaia; dall’altra fu funzionale all’utilizzo delle proprietà degli ebrei tedeschi (così come dei malati e delle altre categorie perseguitate) per il finanziamento della guerra. È noto, infatti, che centinaia di industriali e banchieri in Germania erano ebrei. Alcuni vedono in questo dato storico la prova di una presunta vocazione “anticapitalistica” del nazismo, ma nulla potrebbe essere più errato. Ciò che spesso si trascura è che deportare un ebreo (o un’intera famiglia) significava espropriare tutte le sue proprietà; nel caso delle ricche famiglie ebree, significava garantire l’afflusso di ingenti quantità di denaro nelle casse dello Stato, pronte ad essere investite nella costruzione della macchina da guerra nazista. Durante la guerra, il Terzo Reich ha costruito campi di sterminio anche al di fuori della Germania, nei territori occupati militarmente, deportando sistematicamente le popolazioni locali. L’orrore degli assassinii di massa, delle camere a gas, dei forni crematori, non conosce precedenti nella storia e non è paragonabile a nient’altro. Anche in questo caso, la soluzione finale della “questione ebraica” risponde del tutto alle ciniche logiche della guerra hitleriana. Dopo aver deportato milioni di persone nei campi di concentramento ed averne espropriato le ricchezze, lo sterminio di massa appare ai nazisti come una “razionalizzazione” delle risorse e una inevitabile necessità economica: era economicamente impensabile, in piena guerra e soprattutto dopo la battaglia di Stalingrado e l’inizio della ritirata, sostenere il costo del mantenimento di milioni di prigionieri. A tutto questo si sommava il fatto che migliaia di deportati, anche prima della guerra, finirono a lavorare forzatamente al servizio di grandi industrie tedesche: un legame ancora più diretto fra la deportazione e il profitto privato capitalistico.

  Oggi questa visione della storia è stata completamente rimossa, perché scomoda agli occhi dell’ideologia dominante. Ad una analisi oggettiva delle vicende storiche, capace di inquadrare le responsabilità di classe nella genesi dell’orrore del nazismo, è stata sostituita un’impostazione di tutt’altro tipo, che è quella che ci viene propinata dai testi scolastici e universitari. Il punto più basso viene toccato però da un certo filone storiografico, di origine statunitense, che propone una lettura del “totalitarismo” attraverso un’analisi psicologica dei “dittatori. Si promuove l’idea che il nazismo e l’Olocausto furono il prodotto della semplice follia di Hitler, e l’attenzione storiografica viene spostata dalla realtà socio-economica alle presunte perversioni sessuali di Adolf Hitler, ai suoi traumi infantili, al suo rapporto con la nipote ecc. Non a caso questo stesso filone si focalizza sull’analisi della presunta “paranoia” di Stalin col fine neanche troppo velato di sostenere l’idea dell’identità fra i “regimi totalitari”, che altro non sarebbero che il prodotto di dittatori semplicemente psicopatici. La verità è che Hitler matto non lo era neanche un po’, e un’analisi come questa è funzionale a nascondere le vere responsabilità del nazismo e del grande capitale che lo ha generato. Ridurre la soluzione finale alla “follia” di Hitler o comunque dei nazisti, ignorando il pesante coinvolgimento dell’apparato dello Stato (a partire dalle ferrovie), così come delle imprese che fornivano le strutture necessarie, significa semplicemente negare la storia. Riprendendo una formulazione precedente, il nazismo fu una gigantesca aggressione internazionale del grande capitale finanziario contro l’Unione Sovietica “colpevole” di aver liquidato il capitalismo; un piano criminale di cui il lager fu parte integrante. Leggere il lager al di fuori di questo progetto criminale significa produrre ideologia; equiparare il lager al sistema gulag dell’URSS significa fare altrettanto.


Più di 27 milioni di sovietici sono morti nella guerra contro il nazifascismo, mentre Stalingrado nel 1942 fu la prima decisiva sconfitta delle truppe di Hitler. L'Armata Rossa ha liberato la maggior parte dei campi e salvato decine di migliaia di sopravvissuti dalla fame e dalla morte.

2) Significa equiparare il ruolo delle donne in URSS e in Germania.
Nel 1917, prima di qualsiasi altro paese occidentale, le donne ebbero il diritto a votare, abortire e divorziare. Successivamente entrarono nell'Armata Rossa e rappresentarono il vero terrore nei soldati nazisti: le aviatrici sovietiche venivano chiamate "Streghe della notte" perché (insieme alle cecchine) mietevano decine di migliaia di vittime. L'URSS vanta il primo ministro donna della storia (Alessandra Kollontaj) e la prima donna nello spazio (Valentina Tereskova). Qualcuno mi ricorda quale fosse il ruolo della donna nel nazifascismo?

3) Significa dire che i partigiani erano uguali ai fascisti. La stragrande maggioranza dei partigiani italiani erano comunisti e il PCI ebbe un ruolo determinante nell'organizzazione della Resistenza contro il nazifascismo: senza 15 anni di organizzazione clandestina portata avanti dai comunisti, semplicemente non ci sarebbe stata alcuna Resistenza. Significa poi mettere sullo stesso piano le Fosse Ardeatine, la strage di Sant'Anna di Stazzema, i rastrellamenti tedeschi e la guerra di Liberazione.

4) Significa non sapere la differenza tra "alleanza" e "patto di non aggressione". Il patto Molotov-Ribbentropp firmato tra Germania e URSS è un patto di non aggressione, e non di alleanza; stessi identici patti furono firmati tra la Germania nazista e altri stati occidentali in vista del riarmo tedesco e della sua volontà di espansione. Inoltre Francia e Inghilterra rifiutarono la proposta dell'URSS di creare un fronte antifascista.

Questa mozione, in altri termini, ci consente di equiparare Gramsci, Pasolini e Calvino a Goebbels, Hitler e Pinochet. Serve aggiungere altro?

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