giovedì 9 gennaio 2020

Una lavoratrice morta a pochi giorni dal Natale non fa notizia: ogni giorno si verificano infortuni e decessi sul lavoro. L’attenzione dei media non può essere attratta se si tratta di una donna di 66 anni che ancora lavorava in fabbrica, uccisa sotto una pressa mentre stava pulendo il nastro trasportatore, in una fabbrica agroalimentare in provincia di Piacenza.




In un paese umano quella lavoratrice, il suo nome era Giuseppina Marcinnò, sarebbe stata da tempo in pensione dopo una vita trascorsa in fabbrica.

Molti infortuni e morti riguardano lavoratori e lavoratrici a fine carriera o comunque molti sono statisticamente i lavoratori over 50, ad esempio nel caso delle donne le più colpite sono quelle di età compresa tra i 50 e i 65 anni mentre per gli uomini non mancano gli over 65.

Numerosi, circa la metà del totale, sono gli incidenti mortali avvenuti nel tratto casa-lavoro (o viceversa), i cosiddetti incidenti in itinere. Il loro aumento è legato anche alle condizioni in cui versano le strade italiane dopo le mancate manutenzioni derivanti dalla soppressione delle Province e dal disinvestimento operato dallo Stato. E aumentano anche gli infortuni capitati nel corso della attività lavorativa alla guida, dai tassisti ai macchinisti senza dimenticare gli autoferrotranvieri. Questi ultimi, in 20 anni, hanno visto aumentare i tempi di guida. E i turni spezzati condannano i lavoratori a restare a disposizione dell’azienda per molte ore, molte più di quelle di un tempo, il che determina logoramento psico fisico. Orari allungati, scarsa manutenzione dei mezzi di lavoro e delle strade sono alla base degli infortuni sempre più numerosi, questa è la realtà. Prendiamo ad esempio gli addetti alla raccolta porta a porta nell’igiene ambientale, un settore particolarmente a rischio tra malattie professionali, movimenti di carico sempre più onerosi, agenti biologici e chimici sottovalutati, stress e fatica che sottopongono ad un logoramento psico fisico fin troppo sottovalutato.

Abbiamo preso ad esempio il caso della lavoratrice perché tanti infortuni e morti riguardano una forza lavoro che senza la legge Fornero sarebbe già in pensione. Lavorare a 65 anni in fabbrica o nella raccolta rifiuti non è come stare in un ufficio o alla scrivania di un giornale; analogo discorso anche se con differenti motivazioni, potremmo farlo per un infermiere o per una educatrice di asilo nido (chi maltratta i bambini sovente è a fine carriera).

Di sicuro l’aumento dei ritmi e dei tempi di lavoro, l’innalzamento dell’età pensionabile, la precarietà e la flessibilità oraria, il disinvestimento in materia di salute e sicurezza, sono fattori determinanti alla base di infortuni e morti. Lo confermano diversi studi, anche della stessa Inail, che  individuano una significativa correlazione tra precarietà dei rapporti di lavoro e infortuni. Se poi aggiungiamo i mancati investimenti da parte degli Enti pubblici nella manutenzione delle strade il quadro diventa esaustivo a dimostrare che i morti sul lavoro sono causati dalla spasmodica ricerca del profitto anche attraverso la contrazione dei costi. E stiamo parlando di un paese nel quale le ore lavorate sono in calo e con esse anche il numero dei contratti a tempo indeterminato visto che i part time involontari continuano ad essere i più gettonati. Di sicuro l’età è un fattore di rischio quando i carichi di lavoro non vengono diminuiti e anzi l’organizzazione del lavoro impone crescenti ritmi.

Numerose attività lavorative sarebbero sconsigliabili in una età avanzata. L’anticipo per i lavori cosiddetti usuranti è ben poca cosa rispetto alle reali necessità perché sovente gli stessi lavoratori tengono nascosti  patologie e problemi di salute se queste possono determinare il loro licenziamento o il demansionamento oppure la proposta, irrinunciabile, di trasformare il full time in part time.

In Francia, contro la riforma previdenziale a punti, scendono in piazza migliaia di lavoratori e tra i più combattivi troviamo settori come gli autoferrotranvieri, consapevoli che il logoramento psico fisico dovrebbe indurre il Governo a rivedere l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma qui siamo in Italia e abbiamo sindacati di tutt’altra pasta.

Per queste, e molte altre, ragioni, la parola d’ordine della cancellazione delle Riforme Fornero e l’anticipo pensionistico per molte figure professionali è una richiesta del tutto legittima e da far nostra; se esiste qualcosa di arbitrario non è la rivendicazione della riduzione oraria e dell’età pensionabile ma piuttosto la pretesa padronale e governativa di aumentare l’età lavorativa alle soglie dei 70 anni di età.

Se un benestante vive mediamente più a lungo di un proletario, la ragione non sarà da ricercare nella qualità della vita e nella tipologia di lavoro? Non sarebbe quindi equo ristabilire un principio di equità sociale consentendo agli svantaggiati sociali ed economici di andare in pensione prima del tempo e senza alcuna decurtazione salariale? E non sarebbe equo pensare per tutti\e a una revisione del sistema previdenziale oggi esistente che condanna gli attuali cinquantenni (per non parlare dei più giovani) ad una previdenza da fame?

Ecco spiegato perché la questione salute e sicurezza sul lavoro non può essere declinata come un insieme di dispositivi neutri ma va affrontata di petto affrontando anche la questione della precarietà del lavoro, quella salariale e quella previdenziale.


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