domenica 5 gennaio 2020

La pesatura è un metodo per dare un valore finale a delle prestazioni tenendo in considerazione le priorità (pesi). Ad esempio in un esame composto da tre diverse prove ogni prova può avere una pesatura maggiore o minore rispetto ad altre. Cioè una valutazione numerica inizialmente superiore grazie alla pesatura può valere di meno rispetto ad una valutazione inferiore ma con pesatura superiore. Nell’esempio offerto un 90 con pesatura 35% vale 31,5 mentre un 76 con pesatura 45% vale 34,2. Cioè i valori iniziali non significano molto, ciò che conta è il valore pesato finale. E’ comunque necessario che alla fine i pesi facciano il 100% del totale.



Questa stessa procedura può essere applicata anche alle votazioni, cosa che in affetti avviene. Nella democrazia pesata il principio “una testa, un voto” non significa molto, dato che la pesatura di quella testa può portare a valori finali (e quindi a risultati elettorali) molto diversi. Per spiegare il significato di questa affermazione ci viene in soccorso l’università di Padova: per l’elezione del Rettore ha deciso che per docenti di ruolo e studenti del Consiglio un voto è “intero” (un elettore = un voto), per le altre tre categorie ogni voto è conteggiato come una frazione rispetto all’”intero”, secondo proporzioni predefinite: 8% per il personale tecnico-amministrativo, 5% per i ricercatori a tempo determinato, 2% per dottorandi e assegnisti. I tecnici-amministrativi presi nella loro totalità possono esprimere al massimo (sempre nell’ipotesi che tutti votino) un numero di voti pari all’8% dell’insieme dei docenti. L’8% di 2.016 (il numero totale dei docenti) è 161,28: ciò significa che i 2.227 tecnici-amministrativi hanno un “peso elettorale” pari al massimo a 161,28 voti (nel conteggio dei voti “pesati” valgono anche i primi due decimali), contro i 2.016 dei docenti. Ecco spiegata la democrazia pesata.

Ci sono quindi due fenomeni concentrici: il concetto di demos, il popolo a cui si rifà il senso stesso di democrazia, e l’elaborazione del peso dei voti espressi da tale popolo. Un breve riassunto del concetto di demos si rende qui necessario.

Nella tanto acclamata democrazia ateniese del periodo classico (V-IV sec a.c.) solo i padroni potevano partecipare attivamente alla ecclesia (l’assemblea con poteri legislativi e giudiziari). Erano escluse le donne, i meteci (gli stranieri residenti) e, ovviamente, gli schiavi. Addirittura chi non aveva entrambi i genitori ateniesi non poteva parteciparvi.

In quel periodo la popolazione di Atene si aggirava intorno alle 400.000 persone; di queste, circa 200.000 sono schiavi. Se togliamo i 70.000 meteci restano 130.000 persone, tra maggiorenni e minorenni, uomini e donne. Queste ultime non avevano diritto di voto, e rimaniamo a quota 65.000. Quanti saranno stati i minorenni? Facciamo il 20%? Restano quindi all’incirca 50.000 persone che si fregiano del titolo di Demos (popolo), pur essendo poco oltre il 10% della popolazione. Nella Atene del V secolo a.c. il popolo (demos) era quindi la parte ricca e maschile della società. Si parte con una bella tara: considerare “popolo” sono una frazione minoritaria del totale.

Chiariti questi principi possiamo passare alle elezioni nazionali e locali.
Nelle amministrative dell’Emilia-Romagna del 2014 la percentuale dei votanti in Emilia-Romagna si attestava sul 30%, ed in Calabria attorno al 44%. Cioè la maggioranza dei cittadini di queste due regioni rifiutavano l’offerta politica. Qualcuno li ha ascoltati? Secondo la nostra Costituzione “la sovranità appartiene al popolo” (art.1) . Purtroppo si da per scontato che il concetto “popolo” non denoti la totalità degli aventi diritto, ma solo la percentuale (minoritaria in questi due casi) di votanti. Se gli aventi diritto decidono in maggioranza che i candidati non si meritino alcun voto, pensate forse che succeda qualcosa? No, perché per “popolo” si intende solo quella minoranza del 30% e del 44% di cui sopra, più o meno come ad Atene 2500 anni or sono. Gli altri si arrangino, non sono “popolo” sebbene siano la maggioranza. E’ chiaro a questo punto che il peso dei votanti è il 100% sempre e comunque, fatto che non lascia alcun spazio al valore e quindi al peso politico dei non votanti.

Ma per capire meglio cosa la democrazia pesata possa significare quando viene dotata di strumenti differenti da quelli attuali è conveniente prendere spunto dalle ultime elezioni politiche. Secondo i dati ufficiali le recenti elezioni politiche hanno registrato un costante aumento di di disaffezione al voto che nel 2018 ha avuto un picco di astensioni pari al 27%. Cioè il 27% dell’elettorato attivo ha deciso che nessuno lo rappresenta degnamente e ha disertato la cabina elettorale.

La Costituzione all’art.48 afferma che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”  Se il voto è personale, non si capisce perché lo si deva esercitare solamente votando. Delle mie cose personali dispongo come meglio credo, e se butto qualcosa in discarica perché inutilizzabile non lo vedo come uno sfregio al dovere civico. Semmai si può discutere sul perché ciò che ieri sembrava meraviglioso oggi viene considerato inutile in quanto inadeguato. Certo i tempi dei Padri Costituenti erano molto diversi, e nel futuro modernista della nazione avevano riposto grandi speranze. Poi le cose sono cambiate, i partiti storici che la Costituzione sosteneva attraverso il “dovere civico” sono spariti e ci si ritrova con copie sbiadite di riassunti politici illeggibili. Che, per “dovere civico” dobbiamo votare comunque.

Se davvero la sovranità appartenesse al popolo ci sarebbero misure adeguate per salvaguardare tale importante diritto personale: va rispettato il voto di chi vuole votare e va rispettata la volontà di chi non vuole votare. Purtroppo, come spiegato, la pesatura è al 100% nelle mani dei votanti ed i non votanti, pure in maggioranza come nelle due regioni citate, non si vedono riconosciuto alcun diritto. La casta politica continuerà a regnare imperterrita anche se gli unici cittadini che dovessero frequentare le cabine elettorali fossero solo parenti ed amici degli eletti, mentre continueranno imperterriti premi di maggioranza, porcellum, rosatellum ed altre amenità politiche varie per puntellare lo sfacelo politico in atto. Mattarella non muoverà mai un dito per garantire una qualche sovranità al popolo dei delusi.

L’esercizio che propongo è di dare peso anche ai non votanti. Nelle ultime politiche la percentuale dei votanti è stata del 73%, quindi è giusto che il peso di quella volontà popolare venga riconosciuto: il 73% dei seggi disponibili verrà suddiviso in base alle preferenze registrate. Per curiosità i dati veri, al netto delle astensioni, dicono che nel 2018 il M5S aveva il 23,85% del consenso popolare, il PD il 13,66, la Lega il 12,68, FI il 10,22, FdI 3,17 e via scemando.

Ma se è giusto che venga riconosciuta la volontà dei votanti è altrettanto giusto che venga riconosciuta quella dei non votanti che, a conti fatti, surclassano i partiti più rappresentativi. Volendo dare concretezza al peso politico degli astensionisti bisognerebbe che un numero adeguato di poltrone restasse vuoto quale segno di rispetto verso l’insofferenza popolare.

Con il 73% circa di votanti 630 deputati diventerebbero 460 ed i 314 senatori sarebbero ridotti a 229. I 170 banchi del parlamento vuoti assieme agli 85 del senato starebbero a ricordare che la volontà di una parte consistente della cittadinanza è stata presa in considerazione. Ovviamente le leggi andrebbero approvate sempre a maggioranza sul numero totale. Ah, la governabilità dite? Perché, vi pare che così il paese sia governabile?

Ovviamente moltissime sono le lance spezzate a favore della partecipazione al voto. Anche Grillo dice “ognuno vale uno ma chi non partecipa vale zero”, rimarcando il fattore peso zero di cui parti sempre più consistenti di cittadinanza possono disporre. Appellandosi al dovere di voto si dimentica le vere ragioni del crollo verticale del M5S. Davvero kafkiano.

C’è poi il detto secondo cui chi non partecipa non ha diritti. Resta da chiarire quali diritti abbia chi partecipa:  Scegliere chi si batte contro la TAV (VAX, MUOS etc..) ma poi cambia radicalmente idea?

In realtà questa partita si gioca tra una squadra che ancora crede nei valori della modernità e la squadra avversaria in costante crescita che di appelli al “dovere civico” ed alla partecipazione democratica a peso zero non sa cosa farsene. Insomma si tratta dell’ennesimo scontro tra modernità e postmodernità, tra l’illusione del capitalismo partecipativo e la disillusione dovuta alla constatazione che quanto promesso se va bene è irrealizzabile e se va male diventa l’inferno in cui veniamo scaraventati. La democrazia pesata com’è oggi è uno di questi inferni: senza più possibilità di esprimersi, i cittadini si vedono sottrarre diritti quali sanità e istruzione mentre grazie a disoccupazione crescente, pareggi di bilancio e salvataggi di banche si vedono sprofondare sempre più verso il lumpenproletariat.

Neanche Nietzsche, salutato come il principe del nichilismo, può essere schierato tra le fila dei postmoderni: il suo Ubermansch è in realtà la speranza di rigenerazione del sistema. Attraverso l’Altro Uomo spera ancora che ci sia un futuro. Dio è morto, ma l’uomo, pur in crisi, ce la può ancora fare.

Il ruolo di capitano della squadra avversaria spetta a Bukowski che non lascia scampo a speranze vane: “umanità, mi stai sul cazzo da sempre”. Niente Ubermansch e niente cavilli burocratici per illuderci di avere un qualche peso decisionale: “La differenza tra democrazia e dittatura è che mentre in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non si perde tempo con il voto”.

Le squadre sono già schierate. Voi da che parte state?

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