venerdì 3 gennaio 2020

In una operazione che si è svolta questa notte gli Stati Uniti, su ordine diretto di Donald Trump, hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani. L’attacco è stato effettuato in Iraq, nei pressi dell’aereoporto di Baghdad. Alcuni missili – forse lanciati da un elicottero, forse da alcuni droni – hanno centrato un convoglio di automobili: a bordo, alcuni leader delle Pmu – le Forze di mobilitazione popolare irachene – e due “ospiti iraniani”.


L’occupazione dell’Iraq, con il suo strascico genocida di morte e distruzione, i continui tentativi di destabilizzazione del Libano, la distruzione della Libia e il tentativo di sovvertire manu militari il governo siriano non sono serviti a imporre di nuovo il dominio USA in Medio Oriente.

La cocente sconfitta in Siria, grazie all’intervento militare di Iran, Russia e Hezbollah libanese, hanno lasciato un segno indelebile di cambio di rapporti di forza, non solo nell’area interessata al conflitto, ma a tutto tondo a livello internazionale.

Gli alleati strategici dell’imperialismo statunitense nell’area, Israele e Arabia Saudita, oltre a subire la medesima sconfitta in Siria,  sono impantanati l’uno al confine libanese a causa della potenza acquisita nel conflitto da Hezbollah, l’altra dal sanguinoso conflitto in Yemen.

In questo contesto di ridimensionamento strategico, l’amministrazione Trump ha deciso di sferrare un colpo mortale alla precaria stabilità determinatasi dopo 6 anni di guerra, che vedeva un nuovo equilibrio dopo l’infame abbandono delle organizzazioni curde nelle mani dell’esercito turco da parte delle truppe statunitensi e l’imminente e definitiva sconfitta delle milizie del Daesh nella regione di Idlib in Siria.

Non sappiamo quali saranno le reazioni da parte dell’asse creatosi in Siria tra Iran, Russia ed Hezbollah a questa ennesima, gravissima provocazione statunitense. Sicuramente lo scenario che si sta determinando è quello di una possibile guerra di dimensioni imprevedibili, nella quale l’Unione Europea potrebbe giocare un ruolo marginale, anche alla luce dello scenario libico, nel quale l’ingresso delle truppe turche segnano un forte ridimensionamento delle ambizioni francesi ed italiane.

In questi ultimi anni abbiamo parlato di “equilibrio delle forze” nella competizione tra potenze imperialiste e grandi paesi che stanno emergendo come potenti competitori economici e militari, a partire dalla Cina e dalla Russia. Un equilibrio che continua a basarsi sulla deterrenza atomica e su un sistema di relazioni economiche globali di interdipendenza apparentemente inestricabili.

L’operazione degli Stati Uniti era diretta ad eliminare due persone soprattutto: Abu Mahdi al-Muhandis, tra i leader delle Pmu, e Qassem Soleimani. L’azione degli americani è stata presentata come la risposta all’assalto di qualche giorno fa all’ambasciata Usa di Baghdad, almeno ufficialmente.

In realtà, è l’ennesimo passo in avanti di una escalation di tensione che rischia di sfociare in una guerra. La guerra che sembra proprio che Trump voglia fare all’Iran, con somma gioia – eventualmente – di Israele.

Certamente il passaggio di oggi è di quelli che la storia potrebbe valutare come decisivi: la figura di Solemaini è una di quelle più influenti nel Medio Oriente degli ultimi venti anni. Era il capo delle milizie Qods, il corpo d’elite delle Guardie della Rivoluzione islamica: è, per dirla in breve, l’unità militare che si occupa delle operazioni all’estero. Intelligence, ad altissimo livello.

Il generale ha grandemente contribuito alla sconfitta dello Stato Islamico in Iraq, collaborando con gli Stati Uniti che oggi lo hanno fatto fuori. Era un punto di riferimento anche per l’attuale governo irakeno, con cui aveva lavorato negli ultimi mesi, aiutandolo a reprimere le rivolte sociali esplose in diverse aree del paese. Era considerato, a tutti gli effetti, il braccio destro dell’ayatollah Ali Khamenei.

Una operazione statunitense in risposta all’assalto all’ambasciata era nell’aria. L’avevano in qualche modo annunciata le parole del Segretario alla Difesa Mark Esper: “azioni preventive” che sarebbero state messe in campo qualora gli Usa avessero rilevato “altri comportamenti offensivi da parte di questi gruppi, che sono tutti sostenuti, diretti e finanziati dall’Iran”.

Il riferimento era per le Forze di mobilitazione popolare irachene, ritenute all’origine della forte protesta sfociata nell’assalto all’ambasciata americana. La protesta nasceva, è utile tenerlo a mente, da un’altra operazione made in Usa: l’attacco nei confronti di almeno cinque basi di milizie sciite tra Siria ed Iraq.

Ovviamente forte è stata la reazione iraniana: anche perchè la leadership di Teheran è messa in discussione dalle proteste interne, e la perdita di Soleimani è oggettivamente grave. “L’atto di terrorismo internazionale degli Usa con l’assassinio di Soleimani, la forza più efficace nel combattere il Daesh, Al Nusrah e Al Qaeda, è pericolosa, una folle escalation. Washington si assumerà la responsabilità di questo avventurismo disonesto”. L’Ayatollah Khamenei ha già annuciato vendetta.


Il rischio imminente riguarda le forniture di petrolio. Scarsità di greggio e instabilità politica ormai allargata a tutto il Medioriente (dallo Yemen alla Siria fino alle aspirazioni ottomane di Erdogan in Libia) graveranno sul prezzo finale del petrolio e dei suoi derivati. Con diminuzione associata della capacità produttiva globale. Che le borse mondiali hanno già registrato con i listini in ribasso prima in Asia poi in Europa (in Usa è più atteso il rapporto della Fed)

In ogni epoca di crisi strutturale del capitalismo, come quella nella quale viviamo oramai da oltre un decennio, lo sbocco militare e’ un elemento da tenere sempre in considerazione come ipotesi concreta, contro il quale si debbono sviluppare il massimo di mobilitazione possibile.



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